I cowboy non mollano mai. La mia storia COMMENTA  

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“Era l’anno dei Mondiali di Francia, l’anno in cui avevo  comprato la moto nuova, una Buell. La piazza era piena di gente. Dalla Galleria  Vittorio Emanuele II a via Torino, e giù fino a piazza Cordusio, senza soluzione  di continuità.

Il Duomo era coperto per i lavori. Pioveva a dirotto e c’erano  centomila persone. Appena prima di uscire c’è stato un momento di panico  assoluto, un istante in cui mi sono detto: Dove cazzo vado qua? Io non esco! Se  avessi avuto una campanella magica, l’avrei suonata e me ne sarei andato da  qualsiasi altra parte.

Nella vita, si sa, c’è sempre un collegamento tra le  cose: riesci a fare una cosa solo perché ne hai fatta un’altra in passato.

Con  il carattere che mi ritrovo, forse non sarei mai riuscito a salire su un palco  se non avessi passato un periodo della mia vita a lavorare sulle ambulanze, se  non avessi dovuto imparare ad affrontare l’inaffrontabile e a risolverlo.

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Così,  ho capito che non dovevo pensare a tutto il concerto, alle persone che avevo  davanti, ma darmi un sistema, pensare per segmenti. Otto misure l’intro, poi  parte la prima strofa, la seconda… Tranquillo. E quella era Milano, la grande  metropoli che avevamo sempre guardato da lontano, da quei trenta chilometri che  psicologicamente erano più di tremila. Ecco, quella sera, davanti a tutta quella  gente venuta lì per me, ho sentito che ce l’avevo fatta, che dopo sei anni di  lavoro avevo messo su quella città la mia bandierina definitiva. Milano mi aveva  accettato, mi aveva accolto.”

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