I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

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I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

Deep Purple (U.K. – 1968)

Se esistesse un metodo scientifico per misurare la presunzione, Richie Blackmore, storico chitarrista dei Deep Purple, raggiungerebbe livelli da Guinnes dei primati. Tale caratteristica, però, si è spesso rivelata il valore aggiunto necessario per la consacrazione a livello mondiale della band.

Nella storia del gruppo si alternano vari artisti, ma il quintetto base del grande successo è così composto: Ian Gillan alla voce, Richie Blackmore alla chitarra, John Lord alle tastiere, Jan Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Costoro sono tra i massimi esponenti assoluti dei loro strumenti, voce compresa, e nessuno di essi ha mai fatto niente per nasconderlo, anzi…

Per quanto riguarda la discografia, l’esordio “Shades of Deep Purple” è sicuramente uno dei migliori lavori della band, composto da alcune meravigliose reinterpretazioni di grandi classici (Hey Joe, Help!, I’m so Glad) e pezzi loro molto validi; musicalmente lo si può definire un abbozzo di quello che poi sarà il genere hard rock inglese, oppure si può vedere come il primo album hard rock della storia. Protagonisti assoluti del disco sono la voce di Ian Gillan e la chitarra di Richie Blackmore; un merito dell’album, che a mio parere lo rende migliore di molti altri presenti in discografia, è dato dal fatto che il disco scorre in maniera piuttosto fluida, anche perché le doti tecniche sfoggiate seguono comunque una linea musicale, senza sfociare in pure esibizioni di talento fini a se stesse.

Altro album più che valido è il terzo, sottovalutato, “Deep Purple”. In questo caso tutti i componenti della band hanno occasione di mostrare le loro capacità in un disco sicuramente catalogabile come puro e potente hard rock.

Arrivati al 1970 ecco la definitiva consacrazione: “In Rock”: in questo caso, sulle consolidate basi hard rock, i Deep Purple danno saggi da talento come probabilmente mai nessuno in passato; per gli amanti dei virtuosismi tecnici questo è sicuramente uno dei migliori album della storia; personalmente penso che questa loro continua ricerca ad elevarsi risulti col far sembrare il gruppo come inumano e perde un po’di quell0istinto primordiale tipico del rock. In effetti non ho mai avuto una grandissima simpatia per i Deep Purple, vedendoli sempre come una band troppo presuntuosa che guarda dall’alto in basso tutto ciò che esula dalla loro sfera di appartenenza, ma sottolineo che queste sono solamente percezioni che escono dal mio stereo, niente di più: sono il primo a dire che è impossibile non considerare “In Rock” come una pietra miliare del rock.

Nel 1972, comunque, il gruppo fece felice anche quelli come me, producendo il loro sesto album, seguito di “In Rock”: “Machine Head”; a livello compositivo questo disco è un passo indietro rispetto al precedente. Il singolo “Smoke on the Water” diventerà un cavallo di battaglia non solo del gruppo, ma del rock in generale; in realtà in questo album c’è molto di più: il disco potrebbe essere una sperimentazione di quello che sarebbe diventato l’heavy metal, e sicuramente fu l’influenza principale della New Wave of British Heavy Metal. I suoni tornano ad essere compatti e potenti come negli esordi, ma viene lasciato comunque spazio per l’estro dei vati componenti. Personalmente lo considero il disco più completo della loro carriera.

Tempo per un altro album, ed il gruppo decise di darsi a quello che sarebbe diventato il suo hobby preferito: il walzer dei componenti. In breve, i primi ad andare via, cacciati da Blackmore, furono Gillan e Glover, rimpiazzati rispettivamente da David Coverdale (discretamente) e Glenn Huges (meglio). Con questa formazione il gruppo produce album abbastanza buoni, che sembrano aver abbandonato decisamente l’heavy metal a favore del blues.

Dopo questa breve stabilità Blackmore decise di abbandonare la band, per formare i Rainbow, dei quali avremo modo di parlare; nel 1975 si chiude il primo capitolo
dei Deep Purple: Coverdale passò agli Whitesnake, il gruppo che musicalmente rappresenta il naturale seguito dei Deep Purple

Nel 1984 ci fu una reunion con la formazione storica: “Perfect Strangers” è il primo album della nuova serie; un buon hard rock pesantemente riadattato alle sonorità degli anni ’80. Per gli anni a venire il gruppo mostrò più interesse ai cambi di formazione, piuttosto che alle produzioni da studio: Gillan venne ancora cacciato via da Blackmore, e nel frattempo la band si orientò verso un glam rock qualitativamente trascurabile; poi Gillan tornò ancora, e nel 1996 fu Blackmore ad abbandonare, questa volta in maniera definitiva, rimpiazzato (neanche troppo male) da Steve Morse.

La band, ancora in attività, sembra essere diventata un clone ci quei gruppi, come per esempio i Dream Theatre, che hanno avuto loro stessi tra le influenza principali i Deep Purple stessi. L’impressione è che il meglio sia già stato dato parecchi anni fa, tuttavia tra gli album di questo ultimo periodo non sono neanche male, specialmente “Rapture of the Deep” del 2005. Insomma, se non altro, avrebbero potuto invecchiare in maniera peggiore.

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