I Soft Machine e l’enigmatica scena di Canterbury

Musica

I Soft Machine e l’enigmatica scena di Canterbury

Soft Machine (U.K. – 1968)

Gruppo di nicchia che più di nicchia non si può.

Per riuscire a catalogarli precisamente in un genere musicale bisogna citare innanzitutto il genere progressive, per poi entrare in una sua sottospecie chiamata “scena di Canterbury”, in omaggio al luogo dove nacque.

Trovare una formazione del gruppo è praticamente impossibile, basti sapere che tra i tantissimi che hanno gravitato nel pianeta Soft Machine c’è stato, ad esempio, quel Deavid Allen che poi vedremo diventare leader dei Gong e, soprattutto, l’elemento principale della band: Robert Wyatt.

L’omonimo album di esordio fo subito capire che la band non ha molta simpatia per i canoni musicali tipici di un genere, né tanto meno per la commercializzazione del loro prodotto La loro musica è un proto progressive di avanguardia che sfocia spesso nella umoristica e nell’esplorazione di territori musicali fino a quel tempo molto poco battuti, Quel minimo di melodia presente nel disco riesce, però, a fare da amalgama al lavoro e forma qualcosa che, sebbene sia di difficilissimo ascolto, è comunque molto interessante e fa sempre tenere alta l’attenzione all’ascoltatore.

Questo disco, a mio parere, rimarrà il migliore della band.

Il secondo album, chiamato “Second”, musicalmente si discosta poco dal primo, risultando sempre interessante e ancora amalgamato da una minima melodia di fondo.

Nel 1970 arriva la svolta: il gruppo produce il terzo album, chiamato in maniera molto originale “Third”: composto da quattro lunghissimi brani che in realtà danno molto più spazio alla sperimentazione e alla cacofonia che alla musica, il disco si distingue dai precedenti per la completa mancanza di quella linea melodica che aveva tenuto uniti i lavori. Sotto certi aspetti questo disco è un elogio alla follia. Personalmente preferisco gli altri album, e su questo mi limito a dire che le continue sperimentazioni e le atmosfere enigmatiche prodotte da dei suoni quanto meno “insoliti” hanno fatto del disco un lavoro molto interessante, ma forse troppo all’avanguardia. E’comunque l’album più acclamato dalla critica.

Con i Soft Machine Robert Wyatt farà soltanto un altro disco, per poi dedicarsi ad una carriera che conferma e evidenzia ulteriormente l’enigmaticità del personaggio; la sua produzione è molto (troppo…) difficile da comprendere, per cui le sue sperimentazioni diventano spesso troppo fini a se stesse.

In quanto al gruppo, i Soft Machine continuarono a produrre album che però si distinsero dai primi lavori: le linee metriche seguirono i canoni del jazz, ma sempre molto sperimentalizzato, in uno stile che potrebbe essere simile a quello di John Zorn.

Di questo secondo periodo merita una particolare attenzione il settimo album chiamato, tanto per cambiare, “Seven”.

Più avanti con gli anni la band cercherà di tornare ai vecchi suoni degli esordi, ed a tal proposito merita una citazione il divertente “Blindness”. Per il resto, l’ultimo lavoro è datato 1981, e la band finirà con lo sciogliersi definitivamente.

Se qualcuno, quindi, cerva della musica di facile comprensione è meglio che stia lontano dai Soft Machine. Per chi, invece, è disposto ad ascoltare qualcosa di più complesso, sarà sicuramente soddisfatto da questo gruppo. Personalmente non penso che nella loro discografia ci sia qualcosa di immortale, piuttosto tante cose fuori dalle righe fatte molto bene.

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