IL CALAPRANZI – regia di Corrado d’Elia, dal 19 aprile al Teatro Libero COMMENTA  

IL CALAPRANZI – regia di Corrado d’Elia, dal 19 aprile al Teatro Libero COMMENTA  

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Corrado d’Elia torna nel “suo” Teatro Libero, per la prima volta non da direttore, e lo fa ambientando la stanza de Il Calapranzi proprio in un teatro, proprio a Teatro Libero. Un appassionato, commovente saluto.

In uno squallido seminterrato senza uscite, due sicari, Ben e Gus, sono in attesa dell’ordine che dovrebbe loro arrivare attraverso un calapranzi. Man mano che il tempo passa l’attesa si fa estenuante e i due riempiono il tempo parlando tra loro. Sembra che tutto si svolga come sempre, un’azione di routine, fatta della solita attesa e della solita noia. Ci è chiaro solo che non conoscono la loro vittima.

Col passare del tempo, ecco che due dimensioni prendono forma su tutto: il fuori, misterioso, minaccioso e sconosciuto e il dentro, claustrofobico, sempre più carico di tensione, in attesa di un pericolo imminente. Dal calapranzi arrivano oggetti e messaggi incomprensibili che non fanno altro che aumentare la tensione fino a sfociare in un violento diverbio tra i due.

Chi sarà la prossima vittima? Quale delle due dimensioni vincerà?
Corrado d’Elia ambienta la scena proprio in un teatro, contribuendo così a far cadere ogni barriera tra finzione e realtà, tra spettacolo e vita reale. Ne nasce uno spettacolo denso, teso, privo di cadute, di impeccabile rigore, duro e straziante al tempo stesso, sempre in bilico tra realismo esasperato e tensione visionaria.

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Così vita e teatro si mischiano di continuo e la sensazione che lo spettatore vive è quella che questa non sia una recita, ma un assurdo, autentico spaccato di vita.
A questo anche contribuisce l’omaggio emozionato di d’Elia: lo spazio dove i due personaggi attendono, “vivono” e si muovono è lo stesso spazio che il regista, gli attori e il loro pubblico hanno “abitato” per 18 anni.
Un appassionato, commovente saluto.
NOTE DI REGIA – UNA STANZA, LA PAROLA E IL TEMPO
Non è solo un testo d’attore il Calapranzi.
Sbaglieremmo a pensare solo in termini di attori che devono essere sempre in tensione, sempre vivi, sempre in comunicazione. … Tutto questo è giusto, ma non può bastare… ci mancherebbe qualcosa. Innanzitutto il luogo: una stanza.
E’ la stanza che muove, che parla, che imprigiona i due killers.
E’ una stanza dimensionale. Non solo fisica. E’ uno scontro tra dentro e fuori, tra assenza e presenza, tra essere e non essere. C’è molto di più quindi ed è materia che qualsiasi regista vorrebbe visitare. C’è quindi una stanza sospesa e un fuori infinito. E poi c’è il lavoro appassionante sul testo pinteriano.
E’ un lavoro di aderenza innanzitutto, alla ricerca di quella libertà infinita che sta nel rigore, in quell’autentica partitura di battute, non detti e azioni fisiche, di quell’equilibrio tra l’assurdo e l’iperrealismo che è il Calapranzi.
Una scrittura vivace, a tratti allucinatori, una macchina perfetta di teatralità. E infine c’è il tempo. Il tempo sospeso, il tempo che non passa, il tempo che, anche lui, come i due protagonisti nella stanza, aspetta.
Questa illuminante provvisorietà che abbiamo cercato di ricreare ogni giorno con il nostro lavoro, vivendola in ogni momento come vera, fa si che quasi di non-teatro si tratti, ma di continuo laboratorio creativo, di continuo stare, di non recitare.

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