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Il futuro arriva dalla Cina: robot al posto degli umani

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Il futuro arriva dalla Cina: robot al posto degli umani

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Da sempre l’uomo immagina il suo futuro, fra previsioni semi scientifiche basate su modelli matematici e racconti di fantascienza, con i secondi che, in molti casi, si sono rivelati tanto folli in un primo momento, quanto veritieri in un secondo.

Sottomarini, sbarco sulla luna, connessioni via etere, informazioni alla velocità della luce e trapianti. Era stato immaginato tutto e tutto, con puntualità non sempre gradita, si è verificato.

Fra i protagonisti immancabili del nostro futuro, scrittori e scienziati hanno sempre immaginato i robot: un giorno, si diceva, le macchine soppianteranno gli esseri umani in molte attività, manuali e, forse, non solo. Macchine e robot. La rivoluzione industriale è stato l’inizio di questo cambiamento e, per quanto essa rappresenti il principio del mondo moderno, quello in cui viviamo tuttora, è pur vero che in molti riconoscono in quello stesso momento la nascita di problematiche sociali che, ad oggi, non sono ancora del tutto risolte.

Punti di vista, non c’è dubbio, al contrario dell’affermazione circa il fatto che, laddove una macchina compie un’attività di un uomo, di quell’uomo, per quell’attività, non c’è più bisogno.

Fin troppo evidente.

Ed è proprio su questo che il governo di Pechino ha deciso di puntare per rilanciare la sua economia che, nonostante i proclami e le frasi di facciata, inizia a perdere colpi, ovvero inizia ad allinearsi alle economie quasi ferme dei paesi più “anziani”, come quelli europei.

I dati parlano chiaro.

L’anno scorso, il Pil cinese è aumentato “solo” del 7.5% circa, la peggiore performance dal lontanissimo 1990.

Negli ultimi dieci anni, i salari della manodopera sono triplicati.

Sempre negli ultimi dieci anni, il costo dei robot è calato con costanza del 5% ogni anno.

Un’affermazione finale, a completare il quadro, che non è legata ad un orizzonte temporale o geografico: la massimizzazione dei profitti è l’imperativo dell’economia moderna.

A mettere assieme tutti i dati, traendo le debite conclusioni, è stata un’azienda del gruppo Changying Precision Technology Company, che produce componenti per telefoni cellulari nella provincia di Guangdong, nel sud-est della Cina.

Se un robot può sostituire fino a 8 lavoratori in carne e ossa – è stato il ragionamento del manager dell’azienda, Luo Weiqiang – riducendo tempi e difetti di fabbricazione (che scendono dall’umano 25% al bionico 5), i costi di manodopera possono scendere in modo proporzionato, tenuto conto di investimenti, ammortamenti e altri dettagli.

La rivoluzione diventa quindi passare da 650 dipendenti – tanti erano presenti nella fabbrica di cui si parla – a circa 20, impiegati tutti ai terminali in cui si controllano le linee produttive.

Un ritaglio di futuro, perché tutto, in primis le previsioni della Federazione Internazionale di Robotica, fa presumere una rapida e esponenziale diffusione dei robot in tutto il globo già nei prossimi, vicinissimi anni.

Che fine facciano i lavoratori licenziati, è ovvio, non è un problema di robotica e, al momento, sembra non essere un problema di nessuno, sebbene un’ondata di neo luddismo rientri fra gli effetti collaterali di questo ritaglio di futuro.

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