Il Grunge “intellettuale” dei Pearl Jam COMMENTA  

Il Grunge “intellettuale” dei Pearl Jam COMMENTA  

Pearl Jam (U.S.A. – 1991)

Certo è che per certi aspetti la storia della musica è veramente ciclica: alla fine degli anni ’70 i Sex Pistols distrussero i vecchi canoni della musica, ed i Clash furono la ciambella di salvataggio del movimento punk davanti agli occhi del mondo; quasi 15 anni dopo il nichilismo dei Nirvana irrompe nel panorama musicale mondiale come uno tsunami; toccò ai Pearl Jam il compito di convincere critica e pubblico che il grunge aveva qualcosa da dire (e neanche poco).

Inutile specificare che anche in questo caso stiamo parlando di un gruppo di Seattle; la particolarità è data dal fatto che con il loro genere impegnato ed intellettuale sono stati coloro che più di tutti hanno dato espressione al disagio espresso da questo genere.

Il loro album di esordio è “Ten”, uscito quasi in concomitanza con “Nevermind” e, subito dietro l’album dei Nirvana, rappresenta il massimo manifesto del genere. La realtà è che, musicalmente parlando, l’esordio dei Pearl Jam è quanto meno un gradino sopra a quello dei Nirvana; a mio giudizio è nettamente il miglior prodotto di tutto il grunge. Particolarmente degni di nota sono, oltre ai riff del chitarrista Steve Gossard, la splendida voce di Eddie Vedder; le tematiche sono quelle tipiche del grunge, ma rispetto ai Nirvana c’è meno aggressività e più riflessività.

Il seguito “Vs” si mantiene sugli altissimi livelli del precedente; forse la prestazione di Vedder è meno notevole, ma il disco rimane comunque più che buono.

Nel 1994 avviene il fattaccio: Curt Cobain fu trovato morto a Seattle; toccò così ai Pearl Jam scrivere l’ultimo atto del grunge con “Vitalogy”; anche qui ci troviamo davanti ad un disco più che buono, ma già vengono tracciate le linee guida di quello che sarà il futuro della band: suoni estremamente più introspettivi e cadenzati, tipo quelli che poi saranno il marchio di fabbrica dei Radiohead e dell’indie pop inglese.

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Dopo “Vitalogy” la band produsse altri cinque album che, causa la loro avversione allo show business, ebbero molto meno successo di quanto avrebbero meritato. Il grunge degli esordi si è mutato in un suono molto meno sporco ed ancor meno aggressivo; le parti cattive, relativamente presenti agli inizi, e che si combinavano perfettamente con quelle melodiche grazie al collante della voce di Vedder, sono praticamente sparite; i dischi in sé non sono male, ma purtroppo non si riesce a trovare la genialità degli esordi.

Il gruppo è ancora in attività, e nel 2009 è uscito con “Backspacer”: del grunge non c’è minimamente più traccia; ci troviamo piuttosto davanti ad un rock classico americano, che segue quel filone “nazional-popolare” iniziato con Bob Dylan e proseguito con Bruce Springsteen, e chiaramente riadattato ai tempi che corrono; devo dire la verità: davanti a questi mostri sacri il gruppo perde il confronto, ma riuscire ad arrivare ad un’evoluzione come questa deve essere considerata come un punto di arrivo non da poco: riproporre il grunge adess non avrebbe avuto senso, quindi direi che è meglio così. Per quanto riguarda i loro esordi, ribadisco che artisticamente li ho sempre ritenuti i numeri uno della scena grunge.

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