Il manovale Mariu e un destino di nome Roberto

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Il manovale Mariu e un destino di nome Roberto

Ore 5.45: la sveglia di pesante ferro squilla. La tecnologia in quell’appartamento di soli 47mq alle porte di Torino nord non è ancora arrivata. Mariu, intontito più che altro dal freddo, si alza per andare a lavorare in Val Susa con gli odiati “taviani”. Il gigante dell’est ha tre figli e qualcuno dovrà pur mantenerli. E’addetto alla separazione dei detriti e passa undici ore con un badile per separare le varie pietre destinate al sottofondo stradale che dalle montagne pian piano si sgretolano sotto le draghe. E’ arrivato dalla Romania solo da tre mesi, il suo italiano è ancora lacunoso però lavora moltissimo e non si stanca mai, nemmeno protesta come fanno molti altri. In un altro quartiere invece, e in un’altra palazzina, Roberto viene svegliato dal suo Iphone5. Sono le 10.00. Prima di scendere dal lettone si mescola ancora un po’ nelle coperte poi si alza con la grinta di un ammorbidente per bucato.

Dall’altra parte della città Marius ha mangiato la sua colazione con insaccati, pane e caffè, poi si alza, si dirige alla stazione e sale sul treno della speranza: lo stesso che forse un giorno lo riporterà in Romania con più Euro di quando era partito e con molte storie da raccontare. Roberto, al contrario, dopo aver finito la colazione con le fette biscottate integrali, la confettura Bio senza OGM e lo zucchero di canna cubano, non cinese, beve il suo caffè d’orzo e lascia la tazza sul tavolo: qualcuno provvederà a toglierla. Scende le scale e monta sulla sua Suzuki Alto, o meglio: quella di sua madre. Alle 8.00 Mariu comincia il lavoro, dopo che il pulmino di “smista” è passato a prendere i pendolari come lui per portarli nei vari cantieri tav.

Alle dieci ha il tempo per una sigaretta e un caffè, giusto il sapore per rifarsi la bocca da quella polvere affilata come vetro.

Anche Roberto arriva a Chiomonte, Val di Susa, lo stesso posto in cui lavora Mariu: una coincidenza che segnerà un destino infame. Scende dalla Suzuki, seguito dai sui capelli rasta, e si dirige verso gli altri suoi “compagni” di mission: sono le 11.30 e l’euforia è molta. Mariu stacca per la pausa pranzo, come ogni giorno la sirena virtuale scocca alle 12:03 (Il motivo dei tre minuti serve al recupero -preventivamente programmato dall’azienda appaltatrice- per lo svago della sigaretta e del caffè). Si siede. Prima di aprire la gavetta per mangiare un po’ di pasta condita con un sugo da discount, si toglie il casco protettivo. Roberto, invece, il casco se lo infila per la mission, mentre brandisce un bastone per scacciare le ingiustizie, quelle di una società che differenzia le classi sociali come ad esempio: chi mangia in un cantiere a meno 15 e chi sceglie il Bio per sentirsi integrato in un branco.

Mariu addenta un po’ di quel pranzo preparato all’ombra dell’indifferenza, Roberto lo salta il pasto <<dopotutto la mission è la mission e non si può perdere tempo>>. Le forze dell’ordine arrivano a sbarrare la strada ai buoni, quelli dalla parte di Roby, per non farli accedere al cantiere, mentre gli invasori e gli ingiusti pasteggiano con ozio e vizi, nelle gavette gelate, seduti sopra pezzi di ferro ancorati a stipendi da terza media.

Dopo uno scontro tra la polizia e i “compagni” del buon Roberto, quest’ultimo scaglia un sasso verso gli agenti. Non è un sasso come gli altri. E’ lanciato nel nome di un ideale pacifista, umano e tollerante. Mariu, al contrario, i sassi li raccoglie, non li tira. Quella pietra lanciata da una mano talmente sconosciuta quanto mai giusta (cadendo da circa venti metri) sfonda il cranio al rumeno, sedutosi come ogni giorno a ridosso della salita in cui prendevano vita gli scontri e ignaro di quello che poco sopra di lui succedeva.

La sua colpa è stata quella di non essersi schierato dalla parte degli insorti. Il manovale trentenne è a terra in una pozza di sangue. <<Adesso chi rimedierà a quel grosso guaio?>> Roby tutto questo non lo sa. Non sa il suo sasso dove sia andato a finire e il danno da lui fatto ma <<un’ideale va manifestato e qualcuno quel sasso doveva pur lanciarlo per fare valere i propri diritti umani di uomini liberi>>. Mariu non da segni di vita. La sua gavetta cadendogli di mano è rotolata sotto le assi come un gatto quando cerca un posto intimo per morire. Roberto inneggia cori e inni anti-militari rivolti verso gli stessi militi che soccorrono Mariu, a sua insaputa, mettendo il corpo sulla Jeep per portarlo all’ospedale di Susa, poi a Torino, con una prognosi spaventosa: <<sfondamento della volta cranica con fuoriuscita di liquido cerebrale>>.

Il paladinico Roby alle 15 viene arrestato per oltraggio, aggressione e ostruzione a pubblico ufficiale (non per tentato omicidio, anche se colposo, nessuno sa ancora niente di chi sia il colpevole) << in fin dei conti non l’ha fatto appositamente e poi se il poliziotto fosse rimasto sulla traiettoria del sasso, tutto questo casino non sarebbe successo>>.

Mariu alle 15.30 attende che la “grande consolatrice” detti il suo verdetto ma non è ancora il momento di crepare. (Stando a quello che diranno i medici il manovale è in come vegetativo, il suo cervello è stato danneggiato fortemente e se un domani dovesse svegliarsi rimarrà su di una sedia a rotelle con problemi di apprendimento. Sarà come un bambino di 6/7 anni). Il suo aspetto da ragazzone adesso è simile a una giostra spenta, buia. L’ingiustizia maggiore sta nel fatto di non comprendere il motivo di un perché. Mariu aveva tre figli. Aveva poiché non saprà più chi sono i suoi bambini e forse giocherà addirittura con loro come fossero dei coetanei. Lui era lì per lavoro, non per manifestare contro un’ingiustizia ritenuta tale da chi si erge giudice e difensore. Roberto nel frattempo è al commissariato, nauseato dalla burocrazia di una legge gonfia come gas intestinale la quale, dopo poche ore, lo rilascia affettuosamente con tanto di scuse per averlo trattenuto oltre tempo.

Entrambi i ragazzi erano alimentati dal proprio credo auto istituzionalizzato e fabbri del proprio destino. Il primo, Mariu, con un ideale più semplice e molto meno colto: la sopravvivenza. Il secondo, disprezzante del pensiero borghese, avvalorerà un’ideale difficile da accettare per i non “compagni” di battaglie e si premunirà alla difesa delle masse, quelle meno fortunate della sua: tipo gli operai o i manovali di cantieri faraonici. La logica ci imporrebbe di additare come unica vittima il povero Mariu, ma non è l’unico. Anche Roberto è una vittima: autoproclamatosi dispensatore d’umana pietà, di giustizia e guerrigliero contro un potere appreso dai Tg. Ideali anni sessanta. Probabilmente insegnateli da genitori di quel “Maggio” di De Andrè. O più semplicemente è un reazionario ciche non avendo vissuto quella reazione da lui evocata. La polizia, per la scarsa volontà di ascoltare chi ha qualcosa da dire, evitando a sua volta di farsi ascoltare usando metodi più sbrigativi, è l’ennesima vittima di un sistema ormai basato sugli scontri. Lo Stato, che fregandosene della volontà dei cittadini nel rifiutare la costruzione di quella maledetta linea ferroviaria, facendogliela addirittura passare in casa e con i soldi pubblici, quindi anche loro, si stupisce del tradimento avvenuto alle urne per la scelta di un comico e non dei politici “fatti in casa”. Però saranno i figli di Mariu le vittime con il maggior prezzo da scontare. Non sentiranno più i consigli di un padre, appesantiti solo da un evento orfano della logica. E poi i genitori di entrambi i ragazzi: pesanti vittime della rabbia e comprensibili sognatori di una vendetta, non solo umana ma giudiziaria. Infine la domenica: giorno in cui tutti si riposano, tra pranzi con il servizio nuovo e le partite da ascoltare ingoiati nel divano, escluso Mariu, pagato di più proprio perché domenica e il suo maledetto destino di nome Roberto.

F.B.

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