Il mercato del lavoro italiano è già uno dei flessibili al mondo, lo dice l’Ocse

Economia

Il mercato del lavoro italiano è già uno dei flessibili al mondo, lo dice l’Ocse

Elsa Fornero
Elsa Fornero

Se dovessimo giudicare dalla discussione ingaggiata intorno all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, la cui eliminazione o manomissione dovrebbe essere il pezzo forte della riforma del mercato del lavoro su cui si sta impegnando il governo Monti, sembrerebbe che in Italia licenziare un lavoratore sia quasi impossibile, soprattutto se rapportato ad altre economie forti. invece non è così e gli indici dell’Ocse dimostrano che liberarsi di un dipendente è molto più facile per un imprenditore italiano di quanto non lo sia per quelli di altri paesi. L’indice di flessibilità italiano è infatti di 1,77 (per i lavoratori a tempo indeterminato) contro una media mondiale di 2,11. I paesi ove è più difficile licenziare sono la Germania (indice 3.0) e quelli del Nord Europa. Proprio questo dato dovrebbe far riflettere sulla prosperità assicurata da quei modelli sociali. In base a questi dati, la discussione che sta avvampando intorno all’articolo che tutela i lavoratori dal licenziamento senza giusta causa, sembra perciò lunare, in quanto il nostro mercato del lavoro è già stato abbondantemente stravolto da una serie di regole che lo hanno reso uno dei più flessibili al mondo, sino a rasentare la precarietà generalizzata.

Diventa perciò del tutto evidente, che il nodo non è la difficoltà di licenziare, ma il reintegro previsto qualora il tribunale riconosca che il licenziamento sia avvenuto senza giusta causa. Si tratta comunque di un obbligo presente in gran parte dei paesi industrializzati, con l’unica eccezione degli Stati Uniti (che però stanno rivedendo le leggi in materia). Basti ricordare che se gli Stati Uniti sono una anomalia (loro, non l’Italia), in Germania il licenziamento senza giusta causa è considerato illegittimo e, in via preferenziale, deve essere risarcito con il reintegro sul posto di lavoro. L’unica eccezione è la possibilità data all’imprenditore di dimostrare che non c’è possibilità di collaborazione con il licenziato il quale, in questo caso, viene risarcito con un indennizzo. Se poi si passa alla eventualità di introdurre tra le giuste cause di licenziamento quelle economiche derivanti dall’andamento congiunturale, come prevede la proposta di, quelli che i francesi chiamano “licenziamenti della Borsa”, dettati cioè dalla smania degli azionisti di delocalizzare la produzione per aumentare i profitti, sono stati considerati illegittimi e le aziende sono state obbligate a riassumere i lavoratori licenziati.

Anche la Cina prevede forme di tutela che, ad esempio, rendono quasi impossibile mandare via i lavoratori anziani. Aggiornata nel 2008, la legge sul lavoro prevede che i dipendenti possono essere licenziati solo se il datore di lavoro è in grado di presentare un giustificato motivo, anche durante il periodo di prova che varia da un mese a sei mesi a seconda della durata del contratto. In caso di valido motivo, il licenziamento avverrà senza che al lavoratore vengano corrisposte indennità. E’ però vietato il licenziamento in caso di malattie dovute all’attività professionale presso l’azienda o quando il lavoratore sia dipendente da almeno quindici anni presso la stessa società e gli manchino meno di 5 anni alla pensione. Insomma, la libertà di licenziare che secondo alcuni sarebbe stata imposta al nostro paese dall’UE, esiste solo negli Stati Uniti. Allora, non si riesce a capire perché dovremmo accettarla da noi, a meno che non si consideri l’Italia il luogo migliore per provare un esperimento teso a riportare il mondo del lavoro indietro di un secolo, condizione preventiva per una riorganizzazione del capitalismo internazionale teso a smantellare decenni di conquiste sociali.

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