Il “pessimismo cronico” dell’editoria italiana COMMENTA  

Il “pessimismo cronico” dell’editoria italiana COMMENTA  

Non si tratta di giudicare gli autori o le opere singole, eppure, questo non lo si può negare, il panorama editoriale italiano ha subito – e continua tutt’ora a subire – un forte e non comune alone di pessimismo, già “in voga” da parecchi anni, che sta minando i pilastri di un settore già barcollante.


Esiste un particolare che mi ha sorpreso e che mi è capitato di riscontrare leggendo del Premio Strega. Non segnalerò, per ovvi motivi, i nomi dei giornalisti né quelli dei giornali che ho consultato, eppure posso garantire che la quasi totalità di chi non si è limitato a informare ha espresso forti commenti di critica, il che è del tutto soggettivo quindi giustificale se non per il fatto che tale critica fosse indirizzata principalmente alla perdita di valore dei premi letterari e, ancor più nello specifico, alla difficoltà di trovare autori di valore paragonabili a quelli del passato.


Il fatto in sé mi ha sconvolto. Pare che non solo gli autori sconosciuti – meglio noti come esordienti e spesso definiti un’accozzaglia disordinata di scriventi con poco talento e ancor meno futuro – ma anche quelli più rinomati siano stati accusati di avere perso smalto e prestigio rispetto ai loro predecessori. Non occorre essere dei geni per comprendere che si tratta di un dato allarmante, perché mette in luce tutta la nostalgia – l’insana nostalgia, mi verrebbe da dire – nei confronti del passato, come se il futuro e ancora prima il presente non avessero nulla di buono da offrire.


Mi è tornato in mente un libro – “Cosa tiene accese le stelle” di Mario Calabresi – che, con mia grande sorpresa e gioia, ha palesato tutta questa sorta d’invidia per i tempi passati – comune anche e soprattutto alle nuove generazioni – come se chissà per quale ragione il futuro non avesse in programma altro che decadimento e perdita di valori. Un vero e proprio “pessimismo cronico” che, ahimé, pare abbia investito anche il settore editoriale intaccando la credibilità di editori e autori.

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I grandi fenomeni letterari del passato hanno lasciato il segno, va bene, e ancora oggi ne rileggiamo con piacere e orgoglio le opere. Tuttavia sarebbe giusto guardare al futuro con un pizzico d’ottimismo in più, magari sforzandosi di capire che i tempi cambiano e, di conseguenza, cambiano anche gli stili letterari. La frenesia del quotidiano è parte di noi, e chi scrive raramente si cimenterà in opere dal linguaggio aulico e a carattere filosofico – cosa che invece accadeva spesso in passato. Sarebbe sciocco e del tutto irragionevole pretendere di emulare il passato per i suoi trascorsi gloriosi. Ripeto: i tempi cambiano, e con essi gli stili.

“Leggete Franz Kafka e gettate nel camino gli intrattenitori contemporanei”, mi è capitato di leggere tra le pagine di cultura di un quotidiano on line. Sono d’accordo sulla prima parte della frase: leggete Kafka e tutti gli scrittori “vecchia scuola” che hanno lasciato il segno – c’è tanto da imparare -, ma guai, guai rigettare gli autori contemporanei. La nuova narrativa, sebbene distante anni luce dal garantirsi il benestare dell’intellettualoide medio italiano, è ricca di giovani autori che hanno tutte le carte in regola per farsi apprezzare e, per chi sà andare oltre il semplice testo, insegnamenti di cui fare tesoro. Dopotutto non si vive di soli ricordi.

Filippo Munaro

 

 

 

 

 

 

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