Il Presidente Napolitano, i segreti sulle stragi di mafia e la volontà di far tacere la stampa

Roma

Il Presidente Napolitano, i segreti sulle stragi di mafia e la volontà di far tacere la stampa

 

E’ tutta una questione di coscienza e di buonafede: “la disobbedienza civile “non vuole e non deve essere un sostanziale rifiuto delle istituzioni, ma strumento talora necessario per arrivare direttamente al cuore dei problemi. Mi riferisco nella fattispecie al tema delle intercettazioni telefoniche : per legge non devono essere pubblicate dai giornali; tuttavia è opportuno fare precisazioni .Innanzitutto l’art. 21 della nostra vituperata Costituzione riferisce che : “ Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Ovviamente vi sono delle sacrosante restrizioni, come la tutela della sfera di riservatezza personale o l’art 329 del codice di procedura, relativo al segreto delle indagini penali –Sebbene la Costituzione non riconosca esplicitamente il diritto alla tutela della privacy, è stato in qualche modo fatto rientrare in essa attraverso alcuni articoli ( 2,3 ,13, 14 e 15), talora in contrasto fra di loro.

Si tratta infatti da una parte del diritto-dovere di informare e dall’altra della necessità di tutelare , per l’appunto, la privacy . Quello che non tutti sanno, perché ovviamente non fa comodo a certi personaggi che manipolano l’opinione pubblica a mezzo di organi di stampa di loro proprietà, è che da anni la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha stabilito chiare regole per ovviare a questo conflitto. Per quanto concerne la divulgazione di informazione, secondo l’art 10 Cedu ( libertà di informazione), sussiste violazione se i Giudici nazionali condannano giornalisti per la diffusione di informazione relative alla vita privata di un personaggio che sia soggetto di interesse pubblico per le sue attività politiche. Se le notizie divulgate sono di carattere pubblico, la condanna, vigendo un regime democratico, si può evitare, anche se trova fondamento nella normativa interna. Il punto cruciale è che esiste un doppio legame tra i giornalisti che hanno il dovere di informare su questioni di pubblico interesse( soprattutto riguardo ai procedimenti giudiziari) e l’opinione pubblica, che ha il diritto di essere informata.

Da qui si deduce che , poiché l’art 10 tutela il diritto di informare su questioni di pubblico interesse a patto che le notizie siano in “buona fede” e forniscano dati esatti e riscontrabili, il fatto di disobbedire civilmente a leggi liberticide, trova conferma appunto nella giurisprudenza Cedu . Per mettere ancora una volta il dito nella piaga, va sottolineato che a lamentarsi della violazione sulla privacy viene, guarda caso, siano i soliti personaggi colti con le mani nel sacco; sacco purtroppo colmo di reati considerevoli o di comportamenti eticamente in conflitto con i ruoli occupati. Così abbiamo, giusto per citare un fatto di questi giorni, un Presidente della Repubblica , il suo consigliere giuridico ( un magistrato che conosce i dettagli della trattativa e ne parla con l’ex ministro dell’interno Mancino, ma davanti ai pm non proferisce parola) i procuratori generali della Cassazione, altri statisti e faccendieri ,che da anni cercano di depistare ed insabbiare le prove del legame Stato-mafia riguardo alle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino i quali, essendo stati intercettati, si appellano a” doveri istituzionali” e “prerogative” o privilegi che dir si voglia, assistiti da uno stuolo di giuristi.

Neanche a dirlo , paradossalmente i pm che indagano sui fatti, finiscono per doversi difendere davanti alla Consulta per aver violato norme costituzionali e processuali inesistenti ai giornalisti viene intimato un forzoso silenzio, men tre chi ha commesso i fatti di sangue, ancora una volta, trova salvezza grazie all’incolumità del ruolo.

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