Il regno di OP COMMENTA  

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“Mio figlio ha diciannove mesi. E ha una cicatrice     sul cuore. Non è una metafora, mio figlio questa cicatrice ce l’ha davvero.     È fatta da tre punti, disposti a triangolo.

Su quel triangolo, fino al     giugno scorso, era appoggiato il suo cvc. Cvc è una parola che le madri non     dovrebbero imparare mai, significa catetere venoso centrale.

È una specie di     coda di plastica azzurra, cucita sul petto dei bambini che devono fare     chemioterapia. A mio figlio questa coda azzurra sul petto è spuntata che     aveva compiuto due mesi da poco”. Paola Natalicchio ci consegna il diario     della sua lotta con il drago, nel reparto di Oncologia pediatrica di un     grande ospedale.

La storia di suo figlio s’intreccia a quella di tanti bimbi     di tutte le età, piccoli combattenti catapultati da un giorno all’altro nel     castello irraggiungibile del regno di Op, e di chi in quelle stanze non è di     passaggio: i medici, le infermiere, “che ogni giorno come i pompieri provano     a spegnere il fuoco”. Fino a scoprire una cosa semplice, che l’ospedale è un     posto dove si continua a vivere.

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E dove si può guarire. “Se ti concentri su     questo, succede una cosa bellissima. Succede che la smetti di startene     chiuso in camera, prendi tuo figlio in braccio, con l’altra mano spingi il     treppiedi della flebo e ti vai a fare un giro in corridoio. Ti metti a     giocare a Monopoli, a cucinare popcorn con le infermiere, a guardare i     cartoni, a giocare con la Play Station, a bere caffè con le famiglie con cui     dividi la stanza”.

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