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Il tracollo dell’editoria italiana

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Il tracollo dell’editoria italiana

E’ già in libreria con il terzo romanzo “Ivan il terribile”, edito, tra l’altro, dalla casa editrice Rizzoli, eppure, Alcide Pierantozzi, uno dei nuovi volti della narrativa italiana, si è schierato apertamente a favore del self-publishing, puntando il dito contro l’editoria italiana. Semplice spirito ribelle o azione ragionata? Vediamo nel dettaglio.

La presa di posizione

Pierantozzi, in un intervento sul quotidiano Affaritaliani.it, ha dichiarato che, ora come ora, non esista più una netta e sostanziale differenza tra la pubblicazione – sia essa a opera di un piccolo, medio o grande editore – e l’autopubblicazione. Gli editor, garantisce lo scrittore, nella maggior parte dei casi non sono dei veri e propri intellettuali, ma degli imprenditori. Le loro scelte non vertono sull’effettiva qualità delle opere, quanto piuttosto sulla loro commerciabilità. Il concetto di vendita, inteso nel senso proprio del termine, è di gran lunga superiore alla presentazione di opere di un certo spessore culturale.

Il tracollo

“Noi scrittori, tutti noi scrittori, ventenni e ottantenni, famosi e meno famosi, editi e inediti, siamo schiacciati da un nazismo di tipo nuovo in virtù del quale vincono l’insulsaggine, la televisività, il voyeurismo spicciolo e l’arbitrarietà delle scelte.” Questi, a detta di Pierantozzi, sono le cause scatenanti alla base dell’immenso collasso del panorama editoriale italiano.

L’unica soluzione sarebbe quella di opporsi con fermezza, ma gli stessi editor sono divenuti dipendenti a tal punto da questo sistema che liberarsene significherebbe auto-distruggersi.

Il concetto di scrittore

Pierantozzi ha sollevato un ulteriore quesito, a mio avviso molto interessante: chi può realmente definirsi scrittore? Chi viene pubblicato da un editor, forse? O, magari, anche chi si autoproduce? Può essere ritenuto scrittore anche chi pubblica/autoproduce libri senza riuscire a vendere nemmeno una copia? O forse siamo tutti scrittori, independentemente dall’editor o dal numero di copie? Certo, partendo dal presupposto che, come detto prima, la quasi totalità degli editori faccia le proprie scelte in base a un mero piano di mercato lascia poco spazio alla bravura dell’autore, riducendo il tutto a un freddo e sterile calcolo matematico.

La soluzione

Come salvare l’editoria? Il dubbio permane, profondo e assillante, e la soluzione è tutt’altro che semplice. L’unico modo che abbiamo, sostiene Pierantozzi, consiste nel fare in modo che l’editoria torni, come una volta, nelle mani di letterati a tutto tondo, capaci di valutare un manoscritto per le sue effettive capacità, ignorando, per una volta, il nome dell’autore.

Quante volte vi sarà capitato, dopo avere letto il romanzo di uno scrittore famoso, di acquistarne subito un altro e rimanerne profondamente delusi? Ciò dipende dal fatto che, una volta ottenuto il successo, la seconda opera viene pubblicata in virtù della fama raggiunta dalla prima. Ma questa non è una mancanza dello scrittore – lui, come tutti, ha semplicemente scritto ciò che in quel momento sentiva il bisogno di scrivere – ma dell’editor, che, ignorando completamente la componente culturale ed estetica dell’opera, l’ha pubblicata a puro scopo di lucro. Certo, a questo punto l’editor in questione potrebbe difendersi, sostenendo che il ritorno economico deve esserci e che fare quadrare i conti rappresenta un punto cruciale. Tuttavia non va dimenticato che, da che mondo è mondo, i libri sono sinonimo di cultura, e che raramente cultura e denaro vanno a braccetto.

Filippo Munaro

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