Ilva: le conseguenze del decreto salvaprofitti COMMENTA  

Ilva: le conseguenze del decreto salvaprofitti COMMENTA  

 

Mezzo secolo fa il progetto Ilva ha sentenziato la condanna
a morte della città di Taranto, elenchiamo le conseguenze irreversibili e
relativi danni.

Per dovere di cronaca e ricerca del vero, dobbiamo innanzitutto
precisare che l’acciaieria non è stata l’unica causa dei disastri ambientali e
sanitari della zona in oggetto. L’intero bacino jonico è un focolaio di  inquinamento a causa delle raffinerie Eni, dei
cementifici Cementir, di quattro inceneritori e tre discariche per rifiuti speciali
gestite dall’Italcave, dall’Ecolevante e dalla Vergine.  Come non bastasse più volte in nostro governo
ha proposto di introdurre nuovi rigassificatori e trivelle petrolifere.

Tutto questo fa
opportunamente ritenere che ci sia stata e ci sia ancora la volontà di
trasformare Taranto in una sorta di “pattumiera” del mezzogiorno e non è vero
che è fonte indispensabile di lavoro per migliaia di persone, queste sono state
sottratte a settori alternativi, i quali , a causa dell’impatto  sull’ecosistema, hanno finito per collassare.


I rifiuti tossici hanno di fatto inciso sulla produzione di
vino, olio e prodotti caseari ed ittici, di cui Taranto deteneva primati
europei ed è proprio su questi dettagli e sull’impatto ambientale/sanitario che
la magistratura  sta incentrando il suo
lavoro.


La Procura della Repubblica ha disposto gli arresti per i
diretti responsabili dell’Ilva, Carlo Riva figli &co , poiché secondo le
perizie , che hanno portato dal sequestro preventivo degli impianti, è emerso
che solo fra gli operai vi è un eccesso tasso di mortalità per tumore allo
stomaco (107%), alla pleura (71%), alla vescica (69%), alla prostata (50%) e
all’encefalo (111%). Fra le malattie non oncologiche si registrano: malattie
neurologiche (64%) e cardiache (14%).


Eppure questo sistema economico è stato difeso ad oltranza e
proposto come una soluzione e fonte di guadagno per la città di Taranto,
portando avanti lucidamente una sottile politica  in cui sindacati collusi alle forze  superiori, hanno invitato i lavoratori a
tenersi ben strette il lavoro in fabbrica senza tener conto delle conseguenze.

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Durante la manifestazione del 15 dicembre scorso si è potuto
assistere alla frattura netta fra i lavoratori ed i cittadini direttamente
coinvolti e coloro che ( magari perché vivono lontano dalle zone contaminate o perché
ricattati dal lavoro), hanno mostrato indifferenza e tiepidezza di
atteggiamento verso il dramma in corso.

I lati oscuri delle trame padronali , politiche , sindacali
sono tante, ma vale la pena soffermarsi sulla testimonianza di un articolista
de Linkiesta, che ha assistito al versamento di ingenti cifre dalla proprietà
dell’Ilva al circolo Vaccarella (che gestiva il dopolavoro dell’Italsider),
diventato Onlus nel 1996, con l’attuale presidente Donato Stefanelli che,
incidentalmente, è anche il segretario generale della Fiom Cgil di Taranto.

Risulta da questo legame un ‘evidente stridore fra le due
posizioni, quella sindacale e quella padronale, tra l’altro è opportuno
ricordare che fin dall’epoca di Italsider, il circolo Vaccarella gestiva una
masseria con palestra, ristorante e circolo del tennis. Con l’avvento del
privato, Ilva ha  finanziato il sindacato

(attraverso il Circolo)  presumibilmente
per continuare a gestire le attività dopolavorative degli operai. Sono stati
infatti versati:  nel primo, secondo,
terzo, quarto e quinto anno rispettivamente  1,4 miliardi, 1,3 miliardi, 1,2 miliardi, 1,1
miliardi, 1 miliardi; dal sesto anno e per ogni anno 850 milioni.

Facile dedurre come mai in 16 anni di gestione, il sindacato
non abbia mai organizzato iniziative volte alla tutela dei lavoratori.

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