Italia fanalino di coda in Europa per la natalità

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Italia fanalino di coda in Europa per la natalità

Continua a rimanere deludente il dato sulla natalità in Italia che si conferma tra le più basse in Europa. Un record negativo che non deve stupire tenuto conto della crisi, della precarietà del lavoro e della bassa propensione al risparmio degli italiani, che non consente ai giovani di potersi formare una famiglia, acquistare una casa e convolare a nozze, se non in tarda età.

L’Italia con 8,5 bambini ogni mille abitanti rimane il fanalino coda in Europa per tasso di natalità mentre in testa rimane l’Irlanda con 15 bambini per mille abitanti, mentre seguono a ruota la Francia (12,3 per mille), Regno Unito (12,2), Svezia (11,8) e Lussemburgo (11,3).

Un altro dato che fa riflettere è quello relativo alla sorte ‘lavorativa’ delle donne italiane dopo la gravidanza. Secondo una recente statistica circa il 25% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità, mentre negli altri stati accade la cosa inversa, e cioè le neomamme lasciano il lavoro fino a tre anni di vita del bambino per poi tornare a lavorare normalmente .

Uno dei fattori che differenzia l’Italia da altri paese europei è il fatto che questi ultimi si sono prodigati nel porre in essere interventi decisi a sostegno della natalità e del lavoro femminile.

Gli interventi mirano a fornire alle gestanti dei solidi incentivi che garantiscono soldi in tasca subito (assegni legati alla maternità), e concreti aiuti ai bambini (dagli asili nido alle babysitter di famiglia), congedi parentali più flessibili e benefit vari (spesso a sostegno dei redditi più bassi).

In Italia invece la realtà è ben diversa. L’unico intervento tangibile è il bonus bebè, ma con un limite di reddito per potervi accedere, e dalla durata limitata (fino a tre anni).

Poi c’è l’intervento delle detrazioni fiscali (tra i 950 euro e i 1.220 euro l’anno) e il voucher baby sitting e asilo nido, che agevola le neo mamme che, al termine del congedo di maternità ed entro gli undici mesi successivi, non intendono avvalersi del congedo parentale e decidono di tornare al lavoro. Si tratta di 600 euro al mese, ma solo per la durata di sei mesi.

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