Italiana in vacanza in Israele fermata e umiliata dalla polizia perché musulmana

Esteri

Italiana in vacanza in Israele fermata e umiliata dalla polizia perché musulmana

20121206-102243.jpg

Fatima Abbadi è una fotografa free lance, suo padre è giordano, sua madre italiana. È stata costretta a subire un umiliante interrogatorio da parte della polizia israeliana. Un’esperienza che ha raccontato in una lettera inviata al presidente Giorgio Napolitano. Fatima si era recata in Israele per fare delle foto e visitare quei luoghi, fulcro, culla, della sua religione. I fatti risalgono allo scorso 2011. La lettera di Fatima è riportata da Globalist. Questo è uno stralcio della lunga lettera:

Mi ero fatto una scaletta di luoghi da visitare, di cibi da provare, speravo in storie da ascoltare e di poter narrare qualcosa del mio Paese, l’Italia. Era un sogno che si stava realizzando e che da tanto portavo nel mio cuore. Atterrata a Tel Aviv attorno le 16:30, al Controllo Passaporti mi vengono fatte tutta una serie di domande, tra le quali il nome di mio padre e di mio nonno paterno, e mi viene chiesto di accomodarmi in una sala d’attesa adiacente.

In questa sala cerano tanti altri ragazzi chiaramente di origini arabe. Uno ad uno venivano chiamati, intervistati e lasciati andare. Rimango da sola in questa stanza ed attorno le 18:00 vengo chiamata, per ultima, e fatta accomodare in una nuova stanza con alcune persone. Mi viene ordinato di scrivere i miei contatti (telefonici, posta elettronica, indirizzo di residenza) in Italia ed inizia una ulteriore serie di domande sul mio soggiorno, in particolare il motivo del mio viaggio in Gerusalemme. Spiego che sono lì per motivi religiosi, per vedere la Terra Santa, da turista e per scattare qualche fotografia. Mi è stato chiesto di che religione ero e il “grado di credo”. Non comprendendo appieno la domanda ho loro detto di essere di religione musulmana, come si dice “moderata”, e che i miei genitori sono di due religioni diverse. Mi è stato chiesto dove avrei soggiornato e ho loro risposto che non avevo ancora prenotato il luogo, in quanto avevo con me una lista di ostelli ed un convento di suore e che avrei deciso solo dopo aver visionato il posto.

Nel peggiore delle ipotesi avevo una amica conosciuta tramite un social network, che scrive per una rivista italiana on-line, che mi avrebbe ospitato in caso di problemi. Tutto questo in stile “interrogatorio” con toni bruschi, urla, minacce di essere picchiata od imprigionata se avessi mentito. L’intervista (chiamiamola comunque così) è durata circa due ore. In questo lasso di tempo sono stata accusata di essere bugiarda e di non voler collaborare (collaborare a cosa? Sono accusata?). Ad un certo punto mi è stato intimato di accedere a tutti gli account di posta elettronica e di Social Network ai quali sono iscritta, senza possibilità di rifiuto (Facebook – Twitter – Gmail). Da intervista siamo passati a una minuziosa ispezione di tutto quanto fosse il mio mondo, pubblico e privato: su Facebook hanno sfogliato tutti i messaggi scambiati con gli amici e familiari, le fotografie pubbliche e quelle condivise con pochi intimi, con relative prese in giro, risa, burla ed insinuazioni.

Una violazione della mia intimità. Violenza psicologica. Dopodiché è iniziato un vero e proprio incubo: nello scorrere la lista di amici hanno notato ragazzi palestinesi, ignorando ovviamente i pochi ma pur presenti israeliani e di religione ebraica. Inoltre hanno visto tra la lista di amici anche il nome di Vittorio Arrigoni, che mi aveva inserito nella sua lista qualche settimana prima della sua prematura ed inaspettata morte. Ho chiesto la sua amicizia in quanto il suo messaggio di pace, “Restiamo Umani”, è per me la base dei rapporti umanitari. Nemmeno da morto ha ricevuto il giusto rispetto, trattato da assassino. Ed io sono diventata terrorista. Hanno insinuato che io fossi affiliata a movimenti attivisti o contro Israele. Non hanno dato peso a tutti i miei messaggi di pace su quelle stesse pagine che mi hanno ingustamente ed inspiegabilmente “incriminata”. D’altronde io non collaboravo, dicevano. Continuavo a spiegare il mio amore per la cultura, lo scopo del mio viaggio.

Ero lì per esaudire un mio sogno, ero lì per uno scambio culturale: ho ricevuto odio e rabbia. Spesso cedevo ai loro metodi intimidatori e brutali ed alle loro minacce, ho pianto molto per paura, continua umiliazione e a volte per disperazione. E più cedevo più venivo assalita; sono stata forzata a leggere ad alta voce mentre piangevo poesie d’amore a me rivolte, brani in lingua araba, derisa e minacciata. Ho cercato di comprendere i motivi di tanto accanimento, ho chiesto loro di leggere le mie interviste online, di controllare i miei lavori fotografici, per dimostrare loro che non sono una “minaccia”: minaccia per cosa poi, non lo so ancora. Non avevo più niente se non vestiti ed il denaro che mi hanno lasciato, sequestrandomi tutto il resto. Avevo paura. Paura di essere picchiata. Paura di non tornare a casa. Al termine dell’interrogatorio sono stata portata senza motivo nell’edificio detentivo aeroportuale e chiusa in una cella, priva di ogni cognizione di igiene, in condizioni inumane: i corridoi e la stanza dovo sono stata rinchiusa con altre 9 donne erano illuminate solo dalla luce della luna, un odore indescrivibile di marcio e di sporco, quasi soffocante.

Sedie e letti incrostati di sporco, di luridume di anni ed anni. Nel terrore. Non penso di aver mai pianto così tanto in vita mia. Ma nei momenti più bui del mio “soggiorno” a Tel Aviv, io, abituata a cercare a credere sempre nel “Restiamo Umani”, grande insegnamento di Vittorio, sono riuscita ugualmente a trovare cose positive: 3 episodi, piccoli gesti di solidarietà, conforto e sostegno. Un’agente, che mi suggeriva per il bene della mia salute, di bere dell’acqua poiché mi stavo disidratando a causa del pianto; una coppia di americani di religione ebraico ortodossa incontrati in una pausa del mio interrogatorio, che raccontandomi lo loro analoga avventura subita in un altro paese, maltrattati ed umiliati come io lo ero stata in quel momento, mi hanno dato forza, ricordandomi di rimanere umana, con la speranza che un giorno la gente la smetta di condannarsi reciprocamente per motivi etnici o religiosi; e durante il controllo del mio bagaglio, quando un’agente ha visto che l’intera valigia era piena di giocattoli e vestiti per bambini, dopo avermi chiesto perché ed ascoltato la mia risposta “Se il mio percorso in Gerusalemme mi porterà ad incontrare bambini bisognosi o malati, siano arabi od israeliani, musulmani, cattolici od ebrei, ho pensato di portare in dono sorrisi ed un biriciolo di felicità a chi non la riceve quotidianamente”, mi dice che è dispiaciuta di quello che ho subito e che ci vorrebbero più persone come me.

Ma non sono una minaccia, una terrorista? La mattina successiva, il 27 Agosto alle 05.00 del mattino mi hanno fatta uscire di cella, caricato sull’aereo in partenza per Roma, dove sono stata “accolta” e “scortata” nell’ufficio di polizia aeroportuale di Fiumicino, dove mi è stato riconsegnato il passaporto con un timbro a doppia barra: “Accesso Negato”. Un timbro non meritato, una libertà negata: una condanna a vita per una cittadina onesta, che era giunta in Terra Santa per conoscere le proprie origini, per portare le propria cultura ed arricchirsi della “loro”, un’ambasciatrice di umanità e di solidarietà per i bisognosi, l’insegnamento di Gesù. Urla, minacce, incomprensioni, pregiudizi sulle mie origini “ARABE”, nella terra di Israele, terra di grandi popoli, storia e grande democrazia Avrei dovuto rimanere in Israele per 16 giorni. L’incubo è durato 16 ore. Il responso a pagina 16 del mio passaporto. Alle 08.00 ero nuovamente in Italia, grazie all’encomiabile e rapido aiuto delle Istituzioni Italiane che tanto e bene hanno operato per farmi uscire da questa situazione assurda, surreale, senza che niente di peggio mi potesse accadere. Questa lettera per capire il motivo di questo “Accesso Negato”, di questo accanimento, di questa umiliazione. Ancora non so il perché. Fatima Abbadi

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Leggi anche