L’altro Gran Rifiuto COMMENTA  

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Le “dimissioni” odierne di Papa Ratzinger hanno avuto un illustre precedente nella figura di Celestino V, il papa del gran rifiuto cantato da Dante nella Divina Commedia.

Pietro da Morrone, dal nome del monte vicino a Sulmona nelle cui caverne si dedicò all’ascetismo e alla contemplazione, nacque agli inizi del XIII secolo da una famiglia di poveri contadini nella zona di Isernia.

La sua fama di sant’uomo eremita si diffuse poco alla volta in tutta Europa e quando il conclave si trovò in difficoltà, dopo che a due anni dalla morte di Niccolò IV ancora non si fu raggiunto un accordo per il nuovo pontefice, puntò su di lui come nuova guida per la cristianità.

Una scelta ardita quella di eleggere un monaco anacoreta privo di una qualsiasi esperienza politica nella corte romana, in tempi molto complicati per la Chiesa pressata com’era dal nuovo signore di Napoli, Carlo II d’Angiò.

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Quando ricevette la notizia nella sua grotta, portata da tre vescovi, inizialmente rifiutò l’investitura; solo facendo leva sul suo spirito di obbedienza i prelati ottennero il suo assenso. Il 29 agosto 1294 venne incoronato papa col nome di Celestino V nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila. Il suo disagio per quel mondo a cui sentiva di non appartenere lo portò a resistere per non più di quattro mesi. Il 13 dicembre infatti, su consiglio interessato del cardinal Benedetto Caetani che mirava a prenderne il posto, si dimise con una bolla ufficiale. Undici giorni dopo il Caetani riuscì nel suo intento e si fece eleggere papa col nome di Bonifacio VIII. Fece poi arrestare il suo predecessore nel timore che i suoi avversari politici lo rimettessero sul trono. Imprigionato nel castello di Fumone, in Ciociaria, vi trovò la morte il 19 maggio 1296 in un aurea intatta di santità che ne accelerò il processo di beatificazione. Le sue spoglie ora riposano nella basilica aquilana teatro della sua elezione.

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