La favola dello Zambia commuove il mondo

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La favola dello Zambia commuove il mondo

Inutile illudersi: di giocatori come Rainford Kalaba o Stoppila Sunzu, il marcatore dell’ultimo, storico rigore nell’infinita finale contro la Costa d’Avorio, non sentiremo mai parlare, come neppure della “stella” della squadra Emmanuel Mayuka. E tutto questo non fa bene all’evoluzione calcistica dell’Africa, che archivia un’altra edizione deludente della competizione continentale: priva delle squadre più blasonate, e conficcata come sempre in una fase cruciale dei campionati dove gioca la maggior parte dei giocatori più significativi, anche nella Coppa d’Africa 2012 non sono mancati gli osservatori di tutto il mondo ma questa volta di materia prima da ammirare ce n’era davvero poca, come ormai succede da troppi anni. E’ la storia vecchia di un calcio che non riesce proprio a decollare, tra ammutinamenti interni e conoscenze tattiche superficiali. Ma quella di quest’anno sarà ricordata magari anche tra vent’anni, ma per meri motivi sentimentali. Perché la vittoria dello Zambia, prima volta assoluta in quasi sessant’anni di vita della competizione (quattordicesima nazione diversa ad aggiudicarsi la Coppa), ha strappato inevitabilmente una lacrima o quantomeno un filo di commozione a tutti gli appassionati calcistici: dai più giovani a quelli più attempati, che nella favola del Chipolopolo (proiettili di rame nella lingua locale) hanno rivisto le sagome del Grande Torino.

E la coincidenza geografica non fa che aumentare le coincidenze ed il flusso di emozioni che solo il calcio ha saputo trasmettere.

Ed allora è bello pensare che gran parte dei calciofili abbia tifato in segreto proprio per Mweene e compagni, capaci di superare ostacoli sempre maggiori e di imporsi oltre ogni ragionevole pronostico, il tutto proprio a Libreville, la città del vicino Gabon dove il 28 aprile 1993 si inabissò l’aereo che caricava la squadra in volo per una gara di qualificazione al Mondiale americano. A bordo c’era la più forte nazionale zambiana di tutti i tempi, proprio come successe agli Invincibili di Superga il 4 maggio ‘49: un’intera squadra, tecnici ed accompagnatori rimasero vittima di una sciagura forse evitabile, vista la qualità del velivolo che li trasportava. Sono seguiti anni di ovvio declino per il calcio zambiano, capace però di risollevarsi dalle proprie ceneri raggiungendo la finale di Coppa proprio nel 1994, con una nazionale giocoforza tutta nuova. Finale amara, ma evidentemente il destino aveva in serbo una ricompensa dolcissima per un popolo tra i più poveri del mondo e storicamente senza tradizioni calcistiche.

La commozione ha preso possesso di tutta la nazione e chissà come si sentirà Kalusha Bwalya, la stella di quella nazionale nonché l’unico componente del gruppo a non salire su quell’aereo perché impegnato con il suo club, il Psv Eindhoven.

Un giocatore ben impresso nella storia del calcio italiano. Fu proprio quello Zambia infatti, il 19 settembre 1988 alle Olimpiadi di Seul, a travolgere con un umiliante 4-0 la Nazionale azzurra allenata da Francesco Rocca, con giocatori del calibro di Stefano Tacconi e Mauro Tassotti. Tre reti le realizzò Kalusha, l’altra la mise a segno Johnson Bwalya, un altro reduce visto che un grave infortunio lo tenne fermo per due anni impedendogli di salire su quell’aereo. E’, questo, uno dei due punti di contatto tra la vittoria dello Zambia ed il calcio italiano: l’altro è la presenza proprio di Rainford Kalaba, anima del centrocampo della nazionale di Renard come pure di quello del Mazembe.

Un nome familiare ai tifosi dell’Inter visto che proprio contro gli africani i nerazzurri conquistarono il Mondiale per Club 2011: un anno dopo le parti si sono curiosamente invertite, mentre Sneijder e compagni sono nella polvere Kalaba e gli altri sono entrati nella storia di un paese e del calcio mondiale. Ma anche nel cuore di tutti.

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