La Fiat ai tre operai di Melfi reintegrati dal giudice: statevene a casa

Economia

La Fiat ai tre operai di Melfi reintegrati dal giudice: statevene a casa

Sergio Marchionne
Sergio Marchionne

Probabilmente alla Fiat pensano ormai di essere uno Stato nello Stato. Dopo la sentenza che ha obbligato la casa torinese a reintegrare i tre operai dello stabilimento di Melfi che erano stati licenziati in quanto ritenuti responsabili di aver bloccato un carrello nel corso di una manifestazione, la Fiat ha infatti mandato un telegramma ai lavoratori in questione, chiedendo loro di rimanere a casa e di non ritenere necessario, allo stato attuale, di avvalersi della prestazione lavorativa. In conseguenza di questo atto Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli non torneranno a lavorare. La casa automobilistica corrisponderà loro gli stipendi, ma non gli permetterà di tornare sulle linee. Una decisione che fa seguito a quella presa ad agosto 2010, quando dopo l’accoglimento del ricorso per condotta antisindacale, ai tre lavoratori venne concessa solo la permanenza nella sala delle Rsu. I tre si opposero alla decisione dell’azienda e decisero di uscire dallo stabilimento lucano: ne consegue che dal luglio del 2010, quando furono licenziati, i tre non sono mai più andati a lavorare sulle linee di produzione.

Dopo aver deciso di lasciare la sua impronta nei rapporti coi sindacati, accettando solo quelli che acconsentono a qualsiasi decisione aziendale ed essere uscita da Confindustria, ritenendo evidentemente troppo buonista la linea perseguita dall’organizzazione datoriale, la Fiat sembra ora voler ridisegnare anche la giurisprudenza riguardante il lavoro e di non accogliere le sentenze ad essa sfavorevoli. Cronache dall’Italia del 2012, un paese che sembra guardare irrimediabilmente all’indietro, ad un secolo prima, in particolare.

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