La Ime dovrà risarcire Del Piero per avere utilizzato il suo nome, senza averne titolo

La Ime dovrà risarcire Del Piero per avere utilizzato il suo nome, senza averne titolo

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La Ime dovrà risarcire Del Piero per avere utilizzato il suo nome, senza averne titolo

La Suprema Corte, con la sentenza n.20887 ha stabilito che l’Ime (Istituto multidisciplinare europeo) dovrà risarcire Del Piero per avere utilizzato il proprio volto, impropriamente, per una campagna pubblicitaria. Nella campagna pubblicitaria, la Ime pubblicizzava i propri corsi nei propri spazi promozionali apparsi su due quotidiani, senza pagare alcun compenso al calciatore e a sua insaputa. Adesso, l’azienda, dovrà risarcire Del Piero con 258 mila euro, in pratica la cifra che l’azienda avrebbe dovuto pagare per utilizzare il nome di Del Piero per la inserzione.

Gli ‘ermellini’ hanno respinto il ricorso con il quale l’Istituto multidisciplinare europeo – Ime – contestava la condanna al risarcimento, inflittagli dalla Corte di Appello di Ancona nel 2011. Nella sentenza, i giudici di merito, avevano condiviso la tesi sostenuta dai legali dell’ex fuoriclasse della Juventus. Secondo la Cassazione ‘la pubblicità incriminata raffigurava due personaggi su un campo di calcio, di cui uno identificabile in Del Piero: lo slogan dello spot recitava ‘Alex 0, Luigi 8, Luigi è iscritto allo stesso anno di Alex e nella stessa facoltà.

Alex non ha dato nessun esame, Luigi nello stesso anno ne ha superati otto. Luigi è uno studente Ime, Alex no‘.

L’Ime si è difesa, sostenendo che la campagna pubblicitaria era di tipo ‘comparativo’ e, addirittura, aveva chiesto che fosse Del Piero a dovere risarcire la loro azienda perché da testimonial Cepu ‘aveva fatto credere di essere iscritto all’università, ingenerando confusione tra i consumatori e sottraendole fette di mercato’.

Secondo l’Ime si sarebbe trattato di una campagna pubblicitaria assolutamente conforme alla legge perche poneva a confronto due diversi prodotti, sostenendo altresì che a Del Piero non erano stati cagionati danni morali o patrimoniali.

Secondo la tesi dei legali dell’Istituto, l’ex numero dieci era ben consapevole in quel periodo – quando ancora era nel pieno della propria carriera agonistica- che non avrebbe avuto ‘il tempo materiale né la volontà di iscriversi ad alcuna università’.

La Cassazione ha invece stabilito, confermando la sentenza di secondo grado, che l’Ime ha oltrepassato i limiti del fair play pubblicitario.

L’Istituto è stato condannato anche a pagare 10.500 euro di spese legali.

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