La legge anti-gay in Russia

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La legge anti-gay in Russia

L’11 giugno 2013 il Parlamento in Russia ha approvato a piena maggioranza una legge considerata anti-gay. Il risultato è stato di 436 voti favorevoli e 0 contrari. Mentre in parlamento si svolgevano le votazioni i manifestanti sono stati assaliti dagli attivisti anti-gay e poi arrestati dalla polizia.

Il disegno di legge che vieta la “propaganda di rapporti sessuali non tradizionali” deve ancora essere approvata dal Senato nominato e firmato in legge dal presidente Vladimir Putin ma non sembra che ci saranno difficoltà per l’approvazione definitiva della legge.

La misura è parte di uno sforzo per promuovere i valori tradizionali russi, il liberalismo occidentale viene infatti visto dal Cremlino e dalla Chiesa ortodossa russa come corruzione della gioventù russa e incitamento alle proteste contro il governo di Putin.

L’unico membro del parlamento astenutosi dalla votazione è stato Ilya Ponomaryov, che ha sostenuto i manifestanti anti-Putin nonostante appartenente ad un partito pro-Cremlino.

Una diffusa ostilità verso l’omosessualità è condivisa da gran parte della classe politica e religiosa della Russia.

I legislatori hanno accusato i gay di diminuire i tassi di natalità della Russia già molto bassi e hanno detto che dovrebbero essere esclusi dai posti di lavoro pubblici, sottoposti a trattamenti medico forzati o essere esiliati.

La Duma (il parlamento russo) ha approvato un’altra legge lo stesso giorno che condanna chi offende i sentimenti religiosi con un reato punibile fino a tre anni di carcere. La legislazione, che è passata con 308 voti favorevoli e 2 contrari è stata introdotta l’anno scorso dopo che tre membri del gruppo punk Pussy Riot sono stati giudicati colpevoli di “teppismo motivato da odio religioso”.

Entrambi i progetti hanno attirato la condanna di Amnesty International.

Questo disegno di legge viene presentato 20 anni dopo una legge di era stalinista che puniva l’omosessualità fino a cinque anni di carcere, questa legge era stata rimossa dal codice penale della Russia durante le riforme democratiche che seguirono il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991.

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