La settimana della locusta COMMENTA  

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Erano giorni che ai giardini Margherita i colori erano più luminosi, come avvolti nella carta forno. I riflessi ne diffondevano ogni sfumatura in ogni singolo angolo e anche l’erbetta sembrava più rigogliosa.
Ma oggi era veramente troppo. Uno dei primi giorni di questo novello autunno, ancora strettamente imparentato con l’estate più bastarda delle ultime due decadi sicuramente. Il sole guardava, da dietro a una nuvola di passaggio, e strizzava l’occhio più alla luna piena che intravedeva arrivare che ai giardinetti illuminati a festa. E proprio mentre sto scrutando il cielo, improvvisamente tutto si oscura. E si sente un rombo. Tutto si svolge nello spazio di pochi secondi. Molti non se ne accorgono neanche, ma quel rombo ha una frequenza strana. Come un ronzio di tuono, se mi si concede il neologismo. Abbasso lo sguardo e poco sotto vedo un tappeto luminoso e sfarfallante che sulle prime mi genera un senso di vertigine.
Poi realizzo, che non è la peperonata e allungo un braccio. Il tappeto si sfalda e la sensazione è tipo quella che hai dopo che hai messo il dito nel bicchiere della nutella. Ritraggo la mano ma è troppo tardi. Quel frastuono ormai mi rimbomba nelle orecchie, mentre l’orizzonte è ormai tutto avvolto in una tenda di sottile tessuto svolazzante. La mente non riesce a realizzare quello che sta succedendo, in fondo sono passati solo pochi decimi di secondo, ma quella sensazione sembra durare secoli, in quegli attimi di sussulto sensorio. Poi un tonfo, sordo. Poi un altro. Poi a coppie. A coppie di tre, a coppie di dieci fino a che il rimbombo ronzante precedente viene ingoiato del tutto da un silenzio di una frequenza opposta e contraria. E poi il silenzio più assurdo e contradittorio. Il sole mi acceca. Tendo le braccia per delimitare il mio possibile campo visivo. Nulla intorno a me che le mie mani possono sentire, ma i miei occhi cominciano a trasmettere qualche immagine, dai confini tutt’altro che delimitati. Sento il campanile della chiesa vicina che coi suoi rintocchi prova a riempire il silenzio mangiatutto, ma ogni singolo rintocco è come smorzato. Incautamente cerco il cellulare sul prato sottostante e, abbassando lo sguardo, vengo travolto da un verde assassino, un verde di tutti i riflessi plausibili di una tempesta di qualche secondo. Pochi secondi, tante vite. Assopite, schiacciate, esautorate. Ma sopratutto ignorate, non pervenute. Trovo il cellulare che mi era caduto. Non c’è campo, ma l’orologio è fermo a 5 secondi prima. E’ il loop della vita.

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