La squadra del Vajont COMMENTA  

La squadra del Vajont COMMENTA  

 

Cinquanta anni fa, la notte del 9 ottobre 1963, due squadre si affrontarono: una portò onore, orgoglio e felicità a una nazione, la seconda morte e distruzione al suo Paese. Un modus operandi squisitamente italico quello della squadra del Vajont, fatta di speculatori, opportunisti e omertosi nel rendere pubblica una morte annunciata. Quella dannata notte di autunno, erano le 22:43, rimarrà per sembra appiccicata alla nostra memoria come un adesivo raffigurante la vergogna in cui 1917 persone tra Longarone, Codissago, Castellavazzo, Erto e Casso morirono, non solo per mano di un acqua traditrice e zelante, la quale scavalcò un muro alto centinaia di metri per poi ingoiare ogni cosa a 200 km/h, ma per la matrice che generò le morti: «Una negligenza consapevole» di un team che dirà: “Mai avremmo immaginato che finisse così, ci spiace per le vittime”. Una squadra di undici uomini, quella del Vajont, fatta di tecnici, geometri e ingegneri in cui ognuno, a sua maniera, girò la testa senza scorgere quello che già si vedeva: un progetto privo di vita che avrebbe portato la morte.


Pure i montanari senza quell’istruzione geometrica lo sapevano, visto che dove fu edificata la diga, ai piedi del Monte Toc (toc in friulano significa marcio), la montagna sovrastante non avrebbe retto quell’enorme spinta dal basso ma nessuno, pur sapendo, si fermò ad annusare l’odore dell’umana etica, prediligendo l’odore dei soldi inzuppati di fama. Una squadra che non segnò un goal ma generò indegnità – non solo per avere edificato pur sapendo l’inadeguatezza tecnica del posto, o per non avere avvisato nessuno sulla possibile catastrofe – lasciando che quelle persone crepassero, ma per la condanna che ne scaturì nei confronti dei responsabili: la pena più pesante inflitta fu di 5 anni, poi scesi a 2 (3 anni furono condonati) con l’accusa di «inondazione aggravata dalla previsione dell’evento». 

Il 25 marzo del 1971 la Cassazione ci mancò poco che condannasse i 28 milioni di metri cubi d’acqua che si riversarono su tutta la vallata; perlomeno ci saremo consolati, imputando la responsabilità a qualcuno o a qualcosa, ma non andò così. Una squadra, quella dei tecnici del Vajont, che fece rabbrividire loro stessi a tal punto che l’ingegnere Mario Pancini, dilaniato dai sensi di colpa, si tolse la vita sparandosi. Nel frattempo la gonfia legge dello stivale, simile a una flatulenza fatta sulla memoria di chi quella notte morì, cercò di rimediare accusando qualcuno, almeno per il pagamento dei danni subiti, così il carosello del patetismo giudiziario continuò per anni, incolpando la S.A.D.E.(Società Adriatica Di Elettricità), l’Enel e la Montedison ad un risarcimento che mai sarebbe bastato per scusarsi di una morte preventivata. La squadra dei tecnici che lavorò nel Vajont quella sera fu battuta da un’altro team, anch’esso di undici uomini che però giocò e vinse, portando la felicità a milioni di persone: quella sera il Real Madrid fece inorgoglire la Spagna, la squadra del Vajont, invece, fece vergognare l’Italia.


Gli undici indagati per il disastro della diga:  Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti, (tre di loro morirono prima del processo).

In ricordo alle 1917 vittime del disastro e alla giornalista Tina Merlin – mancata nel dicembre del 1991 – la quale denunciò, tramite articoli giornalistici, la pericolosità del Monte Toc e la possibilità di un crollo della sua parete, cosa poi avvenuta. Alcuni giorni prima che avvenisse il fatto fu accusata di avere divulgato notizie false e tendenziose.


 

 

 

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