La storia dimenticata COMMENTA  

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«Arrivarono di mattina presto i soldati a casa nostra. Mentre due picchiavano a sangue mio marito con i fucili altri, ridendo e prendendomi a calci, mi costrinsero a mettermi a quattro zampe e abbaiare, chiamandomi lurida cagna, poi senza darci spiegazioni ci portarono via i nostri due figli, arrestandoli». Un racconto terribile questo, che riporta alla memoria la tragica fine di moltissimi ebrei a cavallo tra gli anni trenta e quaranta. Questa triste storia, però, non ha nulla a che vedere con la Kristallnacht (la notte dei cristalli), notte in cui esplose la follia nazionalsocialista nei confronti del «diversamente tedesco». Non è nemmeno il racconto di una madre ebrea di Cracovia, anche se la modalità è identica. Questa purtroppo è la storia di Ranin Al- Dalou e di suo fratello Jamal: due bambini palestinesi. Il primo aveva cinque anni, mani piccole e il moccio al naso mentre il secondo, Jamal, perso in un maglioncino a righe alcune misure più grandi recuperato chissà dove, di anni ne aveva sette.


Entrambi furono prelevati con forza da militari israeliani e arrestati con la pesante accusa di essere dei sostenitori del FLP (Fronte per la Liberazione della Palestina). La colpa dei due fratellini, oltre a quella di essere «diversamente israeliani», era di aver lanciato sassi contro i blindati dei soldati, probabilmente più per gioco che per odio religioso, politico o razziale. Dopo alcuni giorni di prigionia, violenze e stenti, Ranin e Jamal muoiono, restituendo ai loro genitori solo una rabbia atavica, priva dei corpi dei figli. Questo è quello che accade in Palestina e nei territori occupati, che da gennaio del 2000, al dicembre 2013, i bambini palestinesi arrestati, torturati, picchiati e violentati — da parte delle Forze dell’Ordine israeliane — sono oltre 7 mila: circa 2 al giorno (fonti ONU: dossier sotto pubblicato Ndr). Molti di loro sono stati rinchiusi in condizioni disumane e spaventose, ma per questi presunti «mini terroristi» sembra proprio non esserci una “Giornata della Memoria” in cui ricordarli o commemorare tutte le piccole vittime massacrate in popolatissimi campi profughi come Rashidiyya, Jenin o Balata, dove lo status di profugo palestinese è ereditario, differenziandoli da qualsiasi altro profugo al mondo.


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Nella maggior parte dei casi i bambini, non ancora adolescenti, sono strappati alle loro famiglie, senza preavviso, e portati in cosiddetti ‘centri di riabilitazione’ (veri e propri campi di detenzione). Nel dossier riportato qui sotto viene spiegato come questi bambini abbiano subito innumerevoli violenze, non solo fisiche ma anche psicologiche: trattati come assassini, vengono brutalmente picchiati al momento dell’arresto, negando loro cibo, acqua e assistenza sanitaria. Ammissioni pesanti queste, fatte da alcuni ex militari israeliani. Le piccole vittime hanno un’età tra i 12 e i 17 anni, ma ci sono anche minori di età compresa tra i 9 e gli 11 anni.


Un genocidio in piena regola, indifferente (non dimenticato) a molti governi internazionali. Vittime private di una ‘giornata memorabile’ in cui onorarli con un minuto di raccoglimento, benché anche loro stiano morendo in Lager abilmente occultati dalla memoria. Bimbi numerati e schedati — colpevoli di essere nati in una terra arida di beata fanciullezza in cui dovrebbe «scoppiare la pace», non la persecuzione e l’odio nei confronti del ‘diverso’ e del più debole, come accadde drammaticamente settant’anni fa in Europa —, rendendoci così coscienti che la storia purtroppo non insegna.

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Il dossier Onu:
 

 

 

 

 

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