La storia di Violet Gibson, la donna che sparò a Mussolini

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La storia di Violet Gibson, la donna che sparò a Mussolini

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La storia di Violet Gibson, la donna che sparò a Mussolini

Il 7 Aprile 1926, la 50enne irlandese Violet Gibson sparò a Mussolini in volto, ferendolo al naso. Cosa sarebbe successo se l'attentato non fosse fallito?

Era il 7 aprile del 1926. La protagonista di questa storia è una donna di 50 anni, originaria di Dublino. Faceva parte della upper class irlandese e si chiamava Violet Gibson. Le sue dita, quel giorno, premettero il grilletto e fecero partire un colpo che ferì il volto di Mussolini, sfregiandogli il naso. Chi era costei? Quali motivazioni condussero Violet Gibson, una donna di 50 anni irlandese a sparare al leader italiano?

Violet Gibson Proveniva da Merrion Square, Dublino. Volgendo lo sguardo agli orrori della storia passata, il mondo intero si è più volte chiesto che cosa sarebbe successo se quell’attentato fosse andato a segno. Che ne sarebbe stato del destino dell’Italia? Il futuro si sarebbe rivelato migliore rispetto a quello che tutti noi conosciamo? Fascismo, Nazismo, Seconda Guerra Mondiale, Shoah: tutti eventi collegati all’Italia e al Duce. Se la Gibson avesse fatto centro, che pagine avrebbe scritto la storia? Ipotesi e congetture che si incuneano, senza speranza di risposta, dentro inesorabili vicoli ciechi.

In realtà, ciò che fece la Gibson scatenò un’inaspettata ondata di supporto nei confronti di Mussolini, compatito da molti. E un enorme consenso popolare si sollevò, rafforzando maggiormente il suo governo.

Chi era Violet Gibson?

Violet Gibson ricevette, nella sua infanza un’educazione privilegiata. Suo padre, Primo Barone di Ashbourne, ricoprì la carica di Lord High Chancellor of Ireland, dal 1895 al 1905. Violet crebbe fra Dublino e Londra. A soli 18 anni, debuttò alla corte della Regina Vittoria. Da bambina, contrasse molte malattie come la scarlattina e la pleurite. E fu anche vittima di attacchi di isteria che la facevano spesso diventare violenta. Durante l’adolescenza, si interessò alla religione e alla teosofia. A 26 anni, si annoverò tra i ferventi cattolici.

Nel 1913, Violet si sposò con un artista ma restò presto vedova. Successivamente, si trasferì a Parigi e militò in diverse organizzazioni pacifiste. Fu in questo periodo, che si ammalò del morbo di Paget e venne sottoposta a un intervento di mastectomia che le lasciò una vistosa cicatrice sul petto.

Fatto ritorno in Inghilterra, una forte appendicite le causò dolori addominali che si portò dietro per tutta la vita. Fisicamente provata dalle malattie, la Gibson divenne ossessionata dalla religione. Aveva già 40 anni. Seguì le orme dello studioso gesuita John O’Fallon Pope, il quale la frastornò con idee di martirio e di mortificazione. Nel 1922, la colse un esaurimento nervoso che la costrinse in manicomio. Violet Gibson fu dichiarata pazza.

L’attentato

Nel 1924, insieme all’infermiera Mary McGrath, si recò a Roma per andare a vivere in un convento. Qui, Violet iniziò a convincersi del fatto che Dio le stesse chiedendo di uccidere qualcuno, in segno di sacrificio. Nel febbraio dell’anno successivo, riuscì a procurarsi una pistola e si sparò al petto, ma invano. Nel marzo del ’26, morì la madre e le ritornò l’idea di commettere omicidio. Il designato, questa volta, era il leader del partito fascista Benito Mussolini.

Il 7 aprile si recò al Palazzo del Littorio con una pistola e con una grossa pietra, nel caso avesse avuto bisogno di rompere il parabrezza dell’auto del Duce.

Questo aveva appena lasciato l’assemblea del Congresso Internazionale dei Chirurghi e stava camminando tra la folla. Violet si introdusse e sparò un primo colpo al volto, ferendolo al naso. Poi ne cercò di sparane un altro, ma l’arma fece cilecca. L’attentato era fallito. Mussolini era ancora vivo. Il leader fascista restò calmo: “Niente paura, è una sciocchezza“. Si fasciò il naso e proseguì la sua sfilata. Solo qualche anno dopo, egli ammise che, sebbene pronto a una bella morte, non gli sarebbe piaciuto passare a miglior vita per mano di quella che lui definì una “vecchia, brutta e ripugnante donna“.

Violet Gibson venne salvata, dalle Forze dell’ordine, dal linciaggio della folla. In caserma, la donna confessò di aver sparato a Mussolini “per glorificare Dio“. Benito Mussolini ordinò che l’inferma non venisse denunciata ma solo espulsa dall’Italia. Dichiarata “paranoica cronica”, fu rinchiusa nell’ospedale di Sant’Andrea, in Gran Bretagna. Morì nel 1956.

E al suo funerale non partecipò nessuno.

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