La Tav che sa di vanga COMMENTA  

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Una casetta di color giallo grano, usata come “presidio” No Tav, sembra cresciuta nel bel mezzo di un prato – una volta molto più verde perché meno soggetto a guerriglie -.

Il silenzio, dopo gli scontri di venerdì sera a Chiomonte tra manifestanti e forze dell’ordine, è quasi irreale: solo il frinire dei grilli rimbomba in quell’intestino di natura.

Mi fermo difronte al cantiere e respiro aria di battaglia, ideali e doveri. Sulla bastionata del muro che costeggia la strada, accanto al presidio, c’è una scritta fatta con della vernice: “I popoli in rivolta scrivono la storia, no Tav fino alla vittoria“, sotto, a salutare quell’inno murale di chi per anni si oppone a quest’opera faraonica, il motto ‘notaviano’: «A sarà düra».

Dopo i sette arresti di venerdì notte 19 luglio, la piccola stradina che collega Chiomonte al cantiere è popolata solo da speranze e delusioni. Alcuni carabinieri si avvicinano al cancello del cantiere vedendomi arrivare, sembrano stanchi e a loro volta in gabbia dietro la pesante recinzione di acciaio. 

Anche la gente della vallata valsusina è stanca, delusa e arrabbiata.

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La mia guida, Donatella, è un’attivista del luogo e mi spiega che questa valle non necessita di una ulteriore linea ferroviaria: ne esiste già una che da Milano va a Parigi, passando proprio di li. “Sinceramente non so per quale motivo debbano fare un’altra linea, con costi proibitivi e un ulteriore deturpamento della valle – mi spiega con la voce rassegnata, poi continua -, quei miliardi avrebbero potuto essere spesi diversamente, per la sanità o l’istruzione, in fin dei conti le rotaie per l’alta velocità esistono, perché non sfruttare quelle o magari migliorarle senza traforare una montagna?“. Effettivamente la sua spiegazione non lascia spazio a logiche alternative: già, perché non sfruttano quella esistente facendo risparmiare, non solo all’Italia, ma anche all’Europa, parecchi miliardi di euro?

Anche in paese si parla poco, tutto è schiacciato da un interrogativo senza risposta. Dal panettiere al passante, tutti sembrano custodire gelosamente la loro tradizione: intime esperienze di un popolo fiero come il loro motto: “A sarà düra”. Un signore per la strada si lascia scappare alcune frasi spontanee, parole semplici di chi ha sudato per guadagnarsi quello che ha: “Qui producevamo un buon vino che sapeva di vanga, duro al palato e dal sapore montanaro, come noi – dice l’anziano passante -, ma ormai i fumogeni lanciati dalla polizia mi hanno contaminato il vigneto“.

I volti dei valsusini sono identici a quelli dei molti ragazzi che rappresentano le istituzioni: poliziotti o carabinieri. Visi stanchi alla continua ricerca di quel “perché”. Se da una parte la popolazione di questa valle si chiede le motivazioni dello sperpero di soldi pubblici, la devastazione del territorio, l’esproprio di alcuni campi, incluso il rischio di respirare amianto e uranio, dall’altra parte, quella dei poliziotti e dei carabinieri, la risposta è figlia di un’esigenza economica ovvia: «Sono qui per uno stipendio!». A molti di loro magari poco interessa quella dannata linea ferroviaria, ma per una paga che supera di poco il migliaio di euro, per i vari indennizzi, – alcuni di loro sono volontari –, hanno scelto di prestare servizio in questo luogo ameno e ricco di storia, e della sua «aria buna» (aria buona)  ma si sa: il compromesso è d’obbligo, ricevendo insulti, bombe carta e molotov da manifestanti provenienti da altre città, ben lontani dall’aver assaporato quel vino che sapeva di vanga.

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