La vendita della felicità

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La vendita della felicità

Lei si chiama Afrah, ha nove anni, e abita a Shiie-e Awnal: un paesino sperduto tra le aspre montagne nel nord-est dell’Afghanistan, teatro di numerose battaglie negli ultimi decenni con Russi e Americani. Suo padre, Abdel Haqq, di anni ne ha quarantacinque e sua moglie soltanto ventidue. Non è la differenza di età che separa i due sposi a destare stupore, l’amore non ha barriere, ma l’età in cui Sabira, la madre di Afrah, l’ha partorita: tredici anni e qualche giorno. “Troppo tardi” hanno imprecato alcuni vecchi saggi del luogo, seduti fuori dall’unico locale -rigorosamente maschile-, dotato dell’unico telefono in paese. Quei saggi così tolleranti che dell’orgoglio maschile ne hanno fanno una virtù. Eh già, troppo tardi. Adesso il padre di Afrah quell’errore imperdonabile non vuole più commetterlo quindi ha già offerto la giovane figlia a chi ha una buona dote di capre, un bue e qualche metro di campo da coltivare in quella terra di rocce, ordigni inesplosi e speranze.

Il problema principale sta nel fatto che lì, a Shii-e Awnal, di “ragazzi” con buona dote ce ne sono tre. Non sarebbe un numero così elevato se la piccola Afrah non dovesse prestarsi loro i quali, valutando scrupolosamente l’attitudine della bambina nel diventare una buona moglie, la chiederanno al padre come sposa in cambio di qualche formaggio e un irco da riproduzione. Il più giovane dei tre contendenti ha trentasei anni, il più anziano quarantotto più una moglie e dodici capre. Questa legge tribale, tra Shari’a esasperata e morale del buoncostume del “fai da te” filo Talebana, non da adito alla piccola di appellarsi ad un tribunale dei minori, neppure a degli assistenti sociali. Prevede una settimana a casa di ogni uomo per almeno due mesi, affinché i futuri mariti vedano se le gambe sono forti per trasportare pesi, se è passionale nell’intimità e cosa più importante: se sa accudire alla casa e al bestiame.

Afrah non potrà scegliere se giocare con la Wii della Nintendo, chattare con Iphone o prestarsi a una notte d’amore con il futuro marito; se dovesse respingere l’invito, la pena è di dieci vergate con un esile bastone in pubblica piazza per aver disonorato la famiglia. Afrah è una bambina con i desideri e le necessità di ogni bimba nel mondo, dall’Australia alla Danimarca: quello comune di giocare, sognare e ridere, non prestarsi a probabili sposi invasati. Purtroppo, e questo è il caso di dirlo, la piccola si è ribellata con la fierezza di un’eroina risorgimentale: preferendo una passeggiata sulle sue montagne che finire tra le braccia di un uomo sconosciuto di poche parole e di tante pretese. Così ieri Afrah è stata passata alla verga dall’anziano saccente del piccolo villaggio di Shii-e Awnal. Nessuno di noi saprà mai che cosa pensasse a ogni vergata la bambina, tantomeno cosa urlasse, sappiamo solo che il suo nome in arabo vuole dire felicità.

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