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Le linee della riforma del mercato del lavoro

Economia

Le linee della riforma del mercato del lavoro

Elsa Fornero
Elsa Fornero

Cominciano ad uscire le prime indiscrezioni sul piano che il Governo presenterà ai sindacati e alle parti sociali per cercare di riformare il mercato del lavoro in modo da limitare al massimo la precarietà e introdurre il massimo di flessibilità possibile. Il terreno sul quale si proverà a mettere tutti d’accordo, è quello predisposto dal disegno di legge suggerito due anni fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi, che dovrebbe essere oggetto di un disegno di legge o disegno di legge delega. La filosofia che sottende al progetto, è stata enunciata ieri da Mario Monti: “Dovremo ridurre la frammentazione dei contratti e far andare di pari passo la riforma del mercato del lavoro con quella degli ammortizzatori sociali”. L’obiettivo sarebbe quello di creare una maggiore mobilità che protegga il lavoratore ma non ingessi il mercato del lavoro sino a sclerotizzarlo in modo da favorire l’occupazione giovanile e renderla meno precaria.

Proprio su queste linee si starebbe trovando una mediazione tra sindacati e industriali, cui si accoderebbero i partiti. In questo modo, non si toccherebbe direttamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ma si limiterebbe la sua efficacia in alcune fasi della vita lavorativa dei dipendenti. L’idea base è quella di dar luogo ad un Contratto Unico che andrebbe a sostituire le attuali 48 forme censite dall’Istat. Il Contratto Unico d’Ingresso, come sarà denominato, sarà suddiviso in due fasi ben distinte: una di ingresso, che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni, e una successiva, nel corso della quale il lavoratore godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato. Nella prima fase, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare (“giusta causa”), il datore di lavoro non avrà l’obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà risarcirlo in pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato.

La riforma prevede che il periodo di prova possa prolungarsi fino a tre anni e in cambio rende possibile che si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato. A loro volta, le imprese, dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un risarcimento senza essere costrette ad assumerlo in via definitiva. I contratti a tempo determinato, per effetto della riforma, diventeranno una forma di lavoro riservata a professionisti e personale specializzato, in quanto verranno a costare molto di più. In questo modo, quella che oggi è la regola, dovrebbe trasformarsi un una eccezione. Con il provvedimento allo studio sarà impossibile assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui (o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno di dodici mesi). Le uniche eccezioni riguarderanno i lavori tipicamente stagionali (ad esempio quelli agricoli). Un freno sarà posto anche ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda.

Qualora essi prevedano una paga annua lorda inferiore ai 30 mila euro, saranno trasformati automaticamente in Cui. La riforma dovrebbe anche prevedere l’introduzione di un salario minimo legale stabilito da un accordo tra le parti sociali o, qualora non si trovasse l’accordo, fissato dal Cnel.
Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece essere introdotto il reddito minimo di disoccupazione. Proprio ieri Monti ha invitato a far procedere “di pari passo” la riforma degli ammortizzatori sociali con quella dei contratti di lavoro. Il problema, in questo caso, deriva dalla difficile reperibilità delle risorse occorrenti. Si sta comunque studiando un approccio graduale a questa forma di sostegno al reddito che rimane di fondamentale importanza e che è prevista in paesi come Germania, Francia ed Inghilterra.

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