Legge anti tortura: Severino da che parte sta?

Roma

Legge anti tortura: Severino da che parte sta?

Mezzo mondo ha aderito al Trattato Onu contro la tortura, ma l’Italia ancora si mostra reticente: non è che lo Stato italiano voglia evitare di adeguarsi a standar di civiltà avanzata per trasformare la tortura nel miglior strumento per gestire la cosa pubblica a porte chiuse? Pare infatti che si sia costituito un corpo statale solido che punta più alla propria invulnerabilità e immunità che non al rispetto della dignità umana. Inutile scervellarsi per quella che sembra una risposta retorica; il dato tangibile è che il nostro Stato boia, ha impedito e tuttora continua ad impedire che si persegua il delitto di tortura, considerato per il diritto internazionale crimine contro l’umanità. Stupisce il fatto che la riluttanza verso tale delicata questione venga dall’attuale ministro della Giustizia Paola Severino, ovvero una giurista. La signora dovrebbe conoscere l’art 117 che subordina il diritto nazionale a quello internazionale; dovrebbe altresì sapere che ogni distonia è sansionabile dalla Corte Costituzionale, eppure nessun segnale di cedimento verso l’applicazione dei dettami presenti nella Convenzione Onu del 1987.

In molti hanno tentato di abbattere questo anomalo tabù: c’è stata la campagna “Chiamiamola tortura” firmata da migliaia di persone, grazie alla quale la Commissione giustizia di Palazzo Madama aveva predisposto un testo che riassumeva le proposte pendenti; ci aveva pensato il senatore Felice Casson, ma…tanto rumore per nulla! Lo scorso Giugno è arrivato il nuovo testo, su sollecitazione proprio del Ministro di Giustizia. Ma ha dell’incredibile! La prima parte descrive la condotta del torturatore in modo assai distante dalla Convenzione Onu, infatti stabilisce che per esservi tortura debbono essere compresenti sofferenze psichiche e fisiche, mentre per l’Onu è sufficiente una delle due condizioni ad attestare l’avvenuto reato. Altra “chicca” del testo nostrano è l’aver aggiunto nella definizione della fattispecie penale l’espressione ” Il torturato per ottenere giustizia deve essere non in grado di ricevere aiuto” Che significa questa frase? Il torturato deve essere muto e solo mentre subisce violenze, o deve urlare per ottenere giustizia? E se soffre senza lamentarsi? E se il torturato è in compagnia di un altro detenuto, questi è dunque tenuto a reagire? Anche un bambino capirebbe che si tratta di frasi fosche e ambigue che tendono soltanto a voler legittimare la violenza delle forze dell’ordine e l’insabbiamento delle prove.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Leggi anche

Loading...