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L’esperimento Gabel, una settimana al lavoro senza email

Lavoro

L’esperimento Gabel, una settimana al lavoro senza email

Cosa succederebbe se ci togliessero internet e dovessimo lavorare per una settimana? E senza cellulare si potrebbe vivere? E senza smartphone?

Un tempo, lo si faceva. Lo si è fatto per decenni, in epoca moderna, per non parlare dei secoli precedenti. Gli uomini hanno sempre lavorato, sfruttando i mezzi a disposizione. Prima ci si scriveva e potevano volerci mesi prima che una lettera arrivasse a destinazione. Poi ci si telefonava, ma solo sugli apparecchi fissi, a casa o in ufficio. Se ci si riusciva a trovare, bene, altrimenti bisognava provare a richiamare. Oggi, è tutto diverso e, dal punto di vista della comunicazione, questo lo si può dire con un buona certezza, molto meglio. Oggi, se il signor X deve comunicare qualcosa al signor Y, l’unico limite temporale al recapito del messaggio è costituito dalla velocità della luce. Niente male, soprattutto se fra il signor X e il signor Y c’è di mezzo, ad esempio, un oceano.

Certo, però, che se i signori X e Y sono separati da una tramezza, cioè hanno uffici confinanti, il sistema più veloce per trasmettersi l’un l’altro delle informazioni dovrebbe essere ancora quella misteriosa e arcana forma di comunicazione che è il linguaggio.

Dovrebbe essere, ma non è, perché, nel mondo della realtà aziendale, la posta elettronica ha ormai soppiantato qualunque altra forma di comunicazione, visti gli innegabili vantaggi. Possibilità di comunicare senza la necessità di farsi ascoltare proprio quando si parla, innanzitutto: l’interlocutore può leggere il messaggio ricevuto quando ha il tempo di farlo. Possibilità di allegare documenti e di organizzare le proprie idee in un contesto e in un modo più rigorosi, propri della forma scritta più che di quella parlata. Possibilità di informare un numero illimitato di colleghi circa le proprie azioni (per questo tipo di comportamenti ci sono definizioni caserecce o volgarotte: un termine un po’ più neutro potrebbe essere “avvedutezza nella salvaguardia delle proprie responsabilità aziendali”).

La domanda che diverse aziende hanno iniziato a farsi riguarda però la reale efficacia di questo tipo di comunicazione, ovvero lo scambio di email possa davvero sostituire la conversazione tradizionale e lo scambio di vedute al ritmo serrato di un botta e risposta orale.

È il caso della Gabel, famosa azienda tessile comasca, che la scorsa settimana, ha invitato tutti i propri dipendenti “a non usare le mail per comunicazioni interne fra colleghi presso la medesima sede, a favore di un contatto più diretto e immediato”. L’esperimento è nato dall’osservazione che ci si scambiava “centinaia di messaggi dalla mattina alla sera in cui si finiva spesso per non avere alcuno scambio costruttivo, nessuna decisione” ha spiegato Francesca Moltrasio, sorella del presidente Michele, a capo della società, e così è stata avviata una settimana in cui l’utilizzo delle email è stato scoraggiato.

Al termine della prova, il clima fra dipendenti e dirigenti è sembrato improntato al massimo entusiasmo (anche se può essere un banale effetto novità), “il processo decisionale” hanno raccontato “è stato paradossalmente più veloce”, forse perché “la mail” è la spiegazione del presidente Michele Moltrasio, “è efficace se devo comunicare una decisione, ma lo è di meno quando quella scelta la si deve ancora fare”.

In conclusione, insomma, emerge che la posta elettronica non è il mezzo comunicativo più efficace per lo scambio di idee, perché ciò che guadagna in comodità e vantaggi vari, si perde in modo irrimediabile in termini di sfumature di linguaggio parlato ed effettiva e contestuale collaborazione alla costruzione di una soluzione. Non è una sorpresa, può venir da pensare, è vero, ma, come sempre, non c’è nulla di più convincente di una sperimentazione diretta.

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