Libia nel caos, l’Italia reclama il ruolo di guida per la stabilizzazione

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Libia nel caos, l’Italia reclama il ruolo di guida per la stabilizzazione

La recente affermazione del premier Matteo Renzi circa la disponibilità, da parte dell’Italia, ad assumere “un ruolo guida per l’assistenza e la stabilizzazione della Libia”, pronunciata all’Assemblea Generale delle Nazioni Uniti alla fine dello scorso settembre, rappresenta una notevole assunzione di responsabilità da parte del nostro governo.

Un impegno del tutto teorico, almeno per il momento, e comunque subordinato alla pacificazione preliminare del rapporto fra le due principali fazioni che si contendono da mesi il controllo del paese.

In Libia convivono tuttora il parlamento laico di Tobruk, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello filo islamico di Tripoli.

Il primo è protetto dall’esercito del generale Haftar e sostenuto dall’Egitto. Il secondo gode invece del sostegno della Turchia e basa le proprie forze su vari gruppi militari, fra cui la Brigata di Misurata.

Sullo sfondo, si muovono poi varie formazioni più piccole, che mirano a estendere il proprio controllo su specifiche aree del paese, senza allearsi né con l’uno, né con l’altro.

Nei mesi in cui lo scontro fra Tobruk e Tripoli si è prolungato, mentre il delegato ONU Bernardino Leon tentava una mediazione per la formazione di un governo di unità nazionale, ha guadagnato terreno lo Stato Islamico, al momento presente in Libia nella zona del Golfo della Sirte.

Tempo fa – era il 14 settembre – Leon annunciava che la firma dell’accordo era molto vicina.

“Abbiamo trovato” diceva Leon “ciò che riteniamo essere un consenso sui principali elementi, i punti emendati sono sei o sette, ed entro il 20 settembre tutte le parti dovrebbero dare il loro assenso alla formazione del governo unitario”.

Il 20 settembre è passato e, purtroppo, l’assenso non ha trovato alcuna concretizzazione.

La bozza predisposta da Leon prevedeva un triumvirato composto da un Presidente del Consiglio affiancato da due vice premier e che avrebbe dovuto governare con decisioni prese all’unanimità.

I due parlamenti libici sanno con ogni probabilità benissimo di dover arrivare a un accordo, ma tendono a posticiparne la formalizzazione perché sperano, nel frattempo, di trarre il maggiore vantaggio possibile dall’attuale situazione. Secondo gli analisti, Tobruk potrebbe decidere di affidare maggiori poteri al generale Haftar nell’ambito di un governo di tipo militare, mentre Tripoli mirerebbe a consolidare il controllo nella parte occidentale del paese.

In realtà, chi sta davvero traendo vantaggio dal caos libico è lo Stato Islamico, l’unico che finora sia riuscito ad ampliare l’estensione delle zone sotto il proprio controllo, sia in termini di mero territorio, sia in termini di sostegno da parte della popolazione.

Finora, la comunità internazionale non ha ritenuto possibile impostare un intervento in Libia su basi militari, perché, per poter avere successo secondo una tale ipotesi, il dispiego di forze e le connesse perdite sarebbero talmente elevate da risultare inaccettabili.

L’ONU si è quindi mossa per vie diplomatiche, con il chiaro obiettivo di riunire i due parlamenti sotto un unico governo.

Se le difficoltà della missione delle Nazioni Unite si sono già palesate in modo inequivocabile come gigantesche e, forse, insormontabili, quelle legate al ruolo che l’Italia ha reclamato per sé nell’eventuale scenario di una Libia pronta per la ricostruzione non dovrebbero essere considerate affatto minori.

Una volta trovato l’accordo base – formale – fra Tobruk e Tripoli, infatti, si dovrebbe passare a ragionare in termini di governabilità reale del paese. Significherebbe in primo luogo guidare la formazione di un vero stato unitario, superando le attuali divisioni (favorite, in qualche modo, dalle influenze esterne di Egitto e Turchia), scontrarsi e sconfiggere le milizie dello Stato Islamico, garantire sicurezza e legalità in tutto il paese, con particolare riferimento ad alcune zone strategiche, quali quelle in cui sono presenti i pozzi petroliferi.

Un impegno enorme, insomma, dal punto di vista politico, diplomatico e militare, senz’altro alla portata dell’Italia, purché si comprenda che non si tratta di un’operazione ai fini elettorali, ma di una delicata operazione di politica estera.

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