Integrazione fallita, tra gli attentatori anche francesi

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Integrazione fallita, tra gli attentatori anche francesi

L’integrazione è fallita: è questo il primo pensiero che sorge spontaneo dopo gli attentati di Parigi.

Non è solo una reazione rabbiosa ed emotiva del momento, ma una lucida disamina: nell’attentato a Charlie Hebdo tre terroristi avevano il passaporto francese; nella strage del 13 novembre scorso, almeno uno degli attentatori era francese. La Francia è uno dei paesi europei a più alta presenza di etnia di religione islamica, e fino alla scorsa settimana era additata come esempio di convivenza tra individui di diversa estrazione religiosa, come esempio di integrazione razziale.

Gli attentati del 13 novembre, proprio per la presenza di un cittadino francese, tra i terroristi ci dice a chiare lettere che l’integrazione è tra i 129 cadaveri lasciati a terra dalla follia omicida degli integralisti islamici: non è vero che i terroristi sono solo arabi o extracomunitari: non deve essere questa la nostra paura maggiore; il nostro maggior timore deve essere la colonizzazione tentata giorno per giorno da chi vorrebbe sostituire la nostra civiltà con la barbarie.

La presenza così incalzante e diffusa sui social di fanatici, dimostra quando essi si siano infiltrati nel nostro tessuto sociale, usando il nostro stesso modo di vivere: odiano la modernità ma se ne servono costantemente e con competenza; odiano la nostra comunicazione globale, ma comunicano più e meglio di noi.

Intanto continua la caccia ai terroristi sopravvissuti alle stragi di Parigi del 13 novembre.

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