L’Islanda un esempio per tutti COMMENTA  

L’Islanda un esempio per tutti COMMENTA  

L’Italia è in subbuglio, manovre e contromanovre, tasse, rincari ed i maggiori social network che urlano il malcontento di una nazione, la nostra nazione, senza distinguo di età, religione o appartenenza politica.  Mentre l?Italia sta crollando con la paura di percorre la stessa strada della Grecia, dal nord Europa ci viene riportata la storia di un popolo che ha saputo uscire da questa crisi in modo democratico e senza cedere a compromessi.

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15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo.

Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente ed avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, il principale conto online era denominato IceSave, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi. Contemporaneamente, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche: nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate, il crollo della corona sull’euro non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto.Il Primo Ministro Geir Haarde  chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici.  Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

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Gli islandesi, in modo totalmente pacifico, cominciarono a protestare in piazza tanto che si arrivò alle dimissioni del governo. Nel 2009, con elezioni anticipate, si insedio il nuovo governo, che cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi, si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni: un totale di 18mila euro a testa.


Einars Már Gudmundsson, un  romanziere islandese, dichiaro pubblicamente “Gli utili sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo. Si ristabilì il rapporto tra cittadini ed istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Venne indetto un referendum popolare dove il 93% ha deciso di non pagare i debiti delle banche, a differenza di tutti gli altri Paesi del mondo, l’ Islanda ha detto NO. E chi paga? La risposta è ovvia: chi ha fatto danni! Così sono stati emessi mandati di cattura internazionali per i banchieri ritenuti responsabili della crisi  economico-finanziaria.

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La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda e l’applicazione delle leggi antiterrorismo: “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha dichiarato Grímsson – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

In questo clima rivoluzionario si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca. Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo: questo processo, che unisce le potenzialità della Rete con la partecipazione di una cittadinanza attiva prende il nome di crowdsourcing . “Credo che questa sia la prima volta in cui una Costituzione viene abbozzata principalmente su Internet”, ha riferito Thorvaldur Gylfason, membro del consiglio per la Costituzionale islandese, l’organo collegiale che ha un sito web aggiornato ogni settimana così che tutti possano vedere i progressi del nuovo documento con un click.  Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente venduto come inevitabile.

Sicuramente l’Islanda ha dato una lezione di democrazia e di sovranità popolare e monetaria a tutto l’Occidente, opponendosi pacificamente ed focalizzando l’attenzione  sul potere della società civile e del diritto di cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo.

Si potrà contestare il fatto che l’Islanda sia uno stato piccolo, composto da poche persone confronto all’Italia o alla Grecia, si potrà contestare il fatto che in Islanda il melting pot è una realtà ed il multiculturalismo una risorsa contrariamente che in Italia, ma il messaggio che dobbiamo fare nostro è  che la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale.

Una nazione unita a partire dal popolo fino ad arrivare alle istituzioni, che purtroppo qua da noi, come hanno riportato molti quotidiani solo qualche giorno fa, di certo non collaborano per salvare la nostra patria visto che  la commissione Affari costituzionali della Camera ha dato parere negativo al comma 7 dell’articolo 23 della manovra «Salvaitalia», che in realtà non prevedeva direttamente un taglio agli stipendi dei parlamentari, ma in pratica avrebbe portato alla riduzione di indennità fino a 5 mila euro. Le istituzioni chiedono i sacrifici agli italiani però loro vogliono garantirsi i privilegi, completamente l’opposto di quello che ci ha insegnato la piccola grande Islanda.

 

 

 

 

 

 

 

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