Lo Zibaldone elettorale: i fantastici quattro delle urne di febbraio

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Lo Zibaldone elettorale: i fantastici quattro delle urne di febbraio

Bisogna ammetterlo, una campagna elettorale così era da tanto che non si vedeva. Io sinceramente non avevo mai assistito a nulla del genere: quattro forze politiche importanti che hanno spezzato un bipolarismo che andava avanti da quasi vent’anni e risultati che ogni giorno appaiono sempre più incerti. Visto che i maggiori esperti di politica ed economia hanno già espresso il loro eminente punto di vista sull’uno o l’altro schieramento, mi sembra giusto che per pareggiare i conti anche uno che non ci capisca nulla possa dire la sua su i quattro “grandi” che si contendono il timone di questa nave che imbarca sempre più acqua. D’altronde se Ruby è stata fatta passare per la nipote di Mubarak, allora ci è permesso proprio tutto.

Iniziamo da Mario Monti. Devo dire che, quando il Professore sostituì Berlusconi alla carica di premier, ero abbastanza soddisfatto. Sia perché peggio dell’ultimo governo del Cavaliere non era possibile fare, specialmente dopo la vicenda Ruby e le escort che uscivano dalle fottute pareti (di Arcore); sia perché finalmente c’era un governo di persone che sapevano fare.

Non avvocati falliti messi a fare il ministro dell’Istruzione, né igeniste dentali al consiglio della regione più ricca d’Italia. A costo di essere fischiato come Balotelli al prossimo derby, lo ammetto: in tempo di crisi il governo dei tecnici mi sembrava la scelta migliore. La mia approvazione iniziò a scemare poco dopo, quando il neo premier se ne uscì con la poco felice battuta «Il posto fisso è monotono», che detta in un momento di tagli e licenziamenti a iosa, nonché di contratti a dir poco svantaggiosi per i giovani lavoratori, sembrò una presa per i fondelli neanche tanto involontaria («Lavoratoriii? Prrrrr!!!»). Anche le tasse e l’Imu sembravano sacrifici necessari, perché eravamo quasi in default (o almeno così dicevano) ed era tanta la paura di fare la fine di Grecia e Spagna. Poi vennero le spese militari, i famosi F-35 e i consigli di Elsa Fornero ai giovani: «Non siate troppo choosy».

Il futuro governo Monti, come quello passato, dà l’idea di un conclave di vecchi e affermati professori universitari, sicuri della propria cattedra, che non riescono a capire e aiutare i giovani studenti, perché troppo lontani dalle loro difficoltà.

Il vero volto nuovo della politica italiana, però, è sicuramente Beppe Grillo con il suo Movimento Cinque Stelle.

La novità di Grillo è la sua filosofia dura e pura: «Noi contro tutti, non ci alleiamo con nessuno e apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno». La mia parte estremista, quella che nella mia fantasia mi vede vestito da da Guy Fawkes a far saltare in aria non si bene cosa quale Palazzo (Chigi, Madama o Montecitorio: van bene tutti), mi spinge a votare Grillo. Serve un cambiamento, mi dice, un cambiamento drastico, un elettroshock: il M5S è questo. Tuttavia, se la mia parte intollerante è decisamente pro-Grillo, quella razionale mette altrettanto decisamente il veto sul M5S. Grillo sarebbe un elettroshock per la politica italiana e un elettroshock se troppo forte può uccidere. Indicare i problemi dell’Italia è la parte facile, il difficile sono le soluzioni. E non so se il M5S è in grado di darne. Al momento è una formazione senza leader politico “istituzionale”, né un candidato premier (Grillo non può perché è stato condannato per omicidio colposo), né vertici ufficiali.

Insomma, a parte Grillo, che non può/vuole fare il politico, chi comanda?

I grillini al governo sembrano una sorta di assemblea scolastica liceale, quando la passione per cambiare le cose è ai massimi livelli, ma in fondo si tratta spesso di volontà distruttiva, ancora incapace di comprendere realmente ciò che intende modificare. Una pura opposizione negativa che non è ancora in grado di diventare azione positiva.

Il Centrosinistra sembrerebbe la coalizione più attrezzata per governare l’Italia. Se non fosse…che potrebbe non essere in grado di governare nemmeno se stessa. La sinistra ed il centrosinistra, nelle loro varie incarnazioni, sono stati tradizionalmente incapaci di far remare i propri membri nella stessa direzione, finendo vittima di ripetute scissione ed inaspettati (e dolorosi) voltafaccia. Da quando poi siamo entrati nel bipolarismo politico e la sinistra si è trovata ad affrontare prima Forza Italia e in seguito il Pdl, la morale della campagna elettorale è stata: «Tutti insieme per battere Berlusconi».

Un “tutti insieme” che ho sempre associato agli eserciti delle storie fantasy, dove tanti personaggi dai diversi ideali si uniscono per combattere il cattivo di turno, invincibile senza un’unione che metta da parte i vecchi rancori. Nella Terra di Mezzo questa mossa porta alla vittoria, ma nella Terra dei Cachi, dove una persona può uscire da una formazione politica e crearne un’altra dal nulla (o addirittura dare vita un gruppo parlamentare che, tecnicamente, non risponde a nessun elettore), questa scelta può portare alla dissoluzione interna. Se a ciò si aggiunge che Bersani non sembra proprio Aragorn…

La coalizione di centrosinistra mi appare come un gruppo di intellettuali, o filosofi, che dissertano a lungo su qualsiasi questione, dibattono senza prendere una decisione tempestiva e alla fine litigano su aspetti secondari del problema. Abituati anche loro più alla critica che alla pratica.

Infine, ecco il Cavaliere. Non sono mai stato un sostenitore di Silvio Berlusconi, tranne forse quando scese in campo nel ’94, ma allora amavo il Milan e Bim Bum Bam, quindi non conta.

Sinceramente, non vedo motivi validi per votare la coalizione di centrodestra, se non per cospicui vantaggi personali. Sappiamo come ragiona Berlusconi, è da vent’anni che fa la parte del leone, anche se per quanto riguarda le promesse elettorali riesce ancora a sorprendere. C’è da dire che il centrodestra, a differenza del centrosinistra, ha sempre potuto vantare una solida coesione interna costruita attorno alla figura del leader. Infatti, quando il Re è tornato a guidare il Popolo della Libertà, tutti i vassalli che avevano rivendicato il trono (Alfano in primis) sono tornati ubbidienti nei ranghi. Nella governance di uno stato questo è un pregio fondamentale.

La tavola tutt’altro che rotonda di Re Silvio rievoca l’allegra incoscienza degli ultimi giorni della Versailles di Luigi XVI. Frasi come «Non c’è crisi, perché i ristoranti sono pieni» sono pericolosamente assonanti con «Se non possono mangiare il pane, mangino brioches». Fortunatamente per loro non si profila alcuna rivoluzione all’orizzonte (per ora), ammesso di non considerare le invettive su Facebook le avanguardie della rivolta sociale.

In definitiva, non so ancora per chi votare, anche se di una cosa sono certo: voterò. Solo chi non fa, non sbaglia.

Foto: www.investireoggi.it

Giovanni Gaeta

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