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Mar Cinese del Sud, inizia la contesa USA – Cina

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Mar Cinese del Sud, inizia la contesa USA – Cina

This undated handout photo released by the Department of Foreign Affairs (DFA) shows the alleged reclamation by China on what is internationally recognised as the Johnson South Reef in the South China Sea, otherwise known as the Mabini Reef by the Philippines and Chigua Reef by China. The Philippines warned on May 14 that China may be building an airstrip on a reef in the South China Sea, boosting the superpower's claim to most of the strategic Asian waters. AFP PHOTO / DEPARTMENT OF FOREIGN AFFAIRS (DFA) --- EDITORS NOTE -- RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / DEPARTMENT OF FOREIGN AFFAIRS (DFA)" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS --- THIS PICTURE WAS MADE AVAILABLE BY A THIRD PARTY. AFP CAN NOT INDEPENDENTLY VERIFY THE AUTHENTICITY, LOCATION, DATE AND CONTENT OF THIS IMAGE. THIS PHOTO IS DISTRIBUTED EXACTLY AS RECEIVED BY AFP.

12 miglia nautiche. È questa la distanza minima da tenere in navigazione rispetto alla costa di un determinato paese per non incorrere nel rischio di invadere le acque territoriali.

A dirlo sono le leggi internazionali che regolano il traffico marittimo, al rispetto delle quali sono tenuti tutti gli stati del mondo, inclusi gli USA, inclusa la Cina. Ma transitare con precisione millimetrica – si potrebbe dire – a 12 miglia nautiche da un determinato lembo di terraferma può avere un significato molto preciso, persino inequivocabile.

È quello che è successo ieri nelle acque del Mar Cinese del Sud, quando il cacciatorpediniere statunitense USS Lassen ha danzato, peraltro in compagnia di un aereo spia P-8A, per qualche ora, lungo il fatidico confine attorno alle coste delle isole dell’arcipelago Spratly, di proprietà cinese. “Libertà di navigazione”, ha detto un funzionario del ministero della Difesa americano a commento dell’azione, precisando poi che si tratta di “un evento che avverrà regolarmente”.

Pechino tace, ma da mesi rivendica la sovranità sull’arcipelago, non fosse altro che per averlo, a tutti gli effetti, creato dal nulla.

Marina ed esercito cinesi, infatti, hanno fatto emergere, in circa un anno di lavoro, delle formazioni sommerse portando in sito tonnellate di materiale, dando così vita agli isolotti dell’arcipelago, attorno ai quali, data per assodata la sovranità sulla neonata terraferma, sebbene artificiale, sussisterebbero le 12 miglia nautiche di rispetto, ovvero le acque territoriali.

Gli USA contestano l’intera operazione e, per bocca del portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, hanno fatto sapere che, secondo Washington, la situazione venutasi a creare è molto delicata, perché “si tratta di un principio di importanza cruciale, specialmente nel Mare cinese meridionale, perché ci sono miliardi di dollari di commercio e forse più che ogni anno passano attraverso quella regione del mondo. Assicurare la libertà dei flussi di interscambio è essenziale per l’economia globale”.

Quali che siano le reali motivazioni dell’una e dell’altra parte, questi isolotti del Mar Cinese del Sud rischiano di creare irrigidimenti dei quali non si sente davvero il bisogno.

La Cina mira forse a definire trattati commerciali, concedendo una riduzione locale dell’estensione delle acque territoriali, ma il punto è che gli Stati Uniti potrebbero non essere disposti ad accettare il fatto stesso di avere creato isole laddove, in precedenza, c’era soltanto il mare.

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