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Star ricche e potenti. Ecco l’immagine che traspare -e che sembrano voler loro stessi ostentare- dei giocatori della National Basketball Association.

Sì, gli atleti della più sontuosa lega di basket del globo, infatti, sono, agli occhi di tutti, dèi statuari (Big baby Davis a parte) ai quali non manca e non può mancare nulla; ingranaggi indispensabili di una perfetta macchina “crea-verdoni” inestinguibile. Ah, e lo sono. Eccome se lo sono. Tuttavia, diventarlo è stato per molti, o meglio quasi tutti, un cammino lungo e accidentato.

Giovani provenienti da quartieri malfamati o paesini fuori dal mondo, con un’adolescenza passata tra i campetti cementati e i sobborghi per niente pacifici delle grandi città; ragazzi con famiglie disagiate, con così tante “pezze al culo” da non avere nemmeno la somma per pagare l’affitto di una casa sgangherata, senza corrente, acqua o cibo.

Ecco, ai blocchi di partenza, una buonissima parte delle attuali star della NBA, si trovava in questa situazione: quella situazione in cui la testa e il cuore ti sussurrano e ripetono solo ed esclusivamente una frase: “O ce la faccio, o marcisco in questa merda”.

Di esempi ce ne sarebbero a centinaia.

Ne cito solo qualcuno, magari già conosciuti, ma ugualmente affascinanti.

Larry Bird. Il numero 33, leggenda Celtics, proveniente da French Lick, un piccolo paesino conosciuto più per la presenza in esso di diversi membri del Ku Klux Klan che altro, rischiò di non diventare mai uno dei più forti cestisti della storia. Con una famiglia sempre sull’orlo del baratro (il padre morì suicida), mollò momentaneamente il college per la mancanza di fondi e quasi si convinse a trascorrere una tranquilla esistenza nel proprio paese, facendo lavori estremamente umili, pur di aiutare madre e fratelli.

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Scottie Pippen. Il secondo violino più forte della storia era il decimo di dieci fratelli. Oltre a dover indossare i pantaloni passati dai 9 prima venuti, trascorse l’infanzia in una casa con sole due camere da letto.

Allen Iverson. Genio e sregolatezza, mito di un’epoca. Figlio di una straordinaria madre che non ha mai smesso di credere nel talento del proprio figlio -e chi lo farebbe con uno che era, nello stesso momento, la star della squadra di pallacanestro e di quella di football?-, The Answer trascorse un periodo adolescenziale turbolento, tanto da venir arrestato per una presunta aggressione a una ragazza, l’anno prima della sua chiamata (la prima assoluta, davanti a certi Allen, Bryant, Marbury, Nash) al draft 1996.

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LeBron James.

Il Prescelto, legato da un filantropico amore verso la sua Akron, prima di diventare “the best player in the world” (cit. lui stesso), dovette girovagare, assieme alla madre 16enne, per ben otto anni prima di trovare una casa stabile.

Dwyane Wade. L’uomo-franchigia della squadra della Florida, è figlio di una donna talmente tossicodipendente da diventare tester, vale a dire colei che prova dai pusher la droga non ancora sperimentata dopo il taglio.

Gli esempi si sprecherebbero. Quello che, tuttavia, è facile constatare è che anche campioni di caratura massimale, come quelli appena citati, sono dovuti partire dal nulla. Anche loro, così come tanti, tantissimi altri atleti della lega hanno visto nell’ingresso nella NBA il trampolino di lancio verso un futuro migliore, la svolta tanto sperata per una vita meno difficile.

Il guadagno diventa, così, l’obiettivo primario da raggiungere; la ricchezza il traguardo ultimo da perseguire; i soldi il meritato compenso per la loro fatica e il loro talento.

Con l’aumentare delle entrate, dunque, la pressione diminuisce, la vita, a causa dei generosissimi contratti, da dura ed estenuante subisce un brusco capovolgimento.

L’esistenza da “nuovi ricchi” molto spesso li incanala verso un tunnel senza uscita; gli abiti, i gioielli e le uscite si trasformano in pacchiane ostentazioni, tanto orribili da far accapponare la pelle al Trimalchione di Petronio.

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La verità, per quanto dura, cruda e soprattutto brutta da dire, è che i soldi diventano un’ossessione; una sirena dal canto irresistibile per chi, come molti di loro, ne ha sempre e solo sentito il rumore e l’odore.

Bisogna capire una cosa della NBA: puoi insultare un giocatore, puoi persino insinuare che un altro sia migliore di lui e magari anche dire qualcosa di assai sgradevole sul conto della sua mamma, ma se gli tocchi il portafoglio, allora sono guai seri.

Le parole sono di Jack McCallum, giornalista e autore di un bel libro sul Dream Team del 1992. La frase, in particolare, introduce una partita tra il Team USA e la Croazia, nella quale Pippen e Jordan distruggono un certo Toni Kukoc.

E lo fanno per il semplice motivo che il vecchio Scottie era particolarmente arrabbiato con l’allora talentino croato (che poi diventerà un suo grande amico nei Bulls), perché, per assicurarselo al draft, Jerry Krause aveva dovuto decurtare parte del suo stipendio e inserirlo nel contratto di Toni.

Con l’aiuto di MJ, amico e atleta non meno affezionato ai propri verdoni, Pippen tormentò il compagno di nazionale di Petrovic con una foga spaventosa, tanto che Chris Mullin affermò che:

Scottie e Michael si avventavano su Toni come cani rabbiosi.

Fa strano pensare che lo stesso Pippen abbia dilapidato qualcosa come 120 milioni di dollari, tra i quali 4 per un jet privato che non ha mai preso il volo.

Tuttavia, la vita dopo l’ingresso in NBA è così. Il lusso, l’eccesso diventano parte integrante delle personalità più inclini al concetto di more and more. In pochi, solitamente quelli di indole più pacata e taciturna, restano coi piedi ben piantati a terra e si “accontentano”.

Dunque, se Larry Bird, con i soldi guadagnati durante la propria carriera, si è voluto costruire una casa in campagna (nel rifare da solo il giardino si aggravarono i problemi alla schiena che posero fine alla sua carriera) e acquistare gli Indiana Pacers, Magic Johnson si è costruito un impero multi-milionario, diventando un imprenditore di successo; Michael Jordan è diventato miliardario, grazie al suo amatissimo sponsor Nike e al suo stesso brand Air Jordan.

Suscitano molto più scalpore, tuttavia, le notizie di quelli che, a causa di quel lusso, hanno perso tutto.

Parlo dei vari Iverson, il quale, durante gli anni in cui ammaliava i fans dei Sixers, si spostava ovunque con un addetto alla manutenzione delle sue amatissime treccine, ma che, in tribunale, davanti alla moglie che chiedeva il divorzio, gridò:

Non ho nemmeno i soldi per un cheesburger!.

Allen Iverson

Parlo di Latrell Sprewell, caduto in rovina per colpa di spese inutili, il quale a fine carriera rifiutò una proposta di ritorno in NBA, perché il contratto prevedeva una cifra troppo bassa e dicendo che (così come il povero Josh Smith):

Ho una famiglia da mantenere.

Ora, questo articolo non si prefissa l’obiettivo di sparare a zero su giocatori che, per stare dove si trovano, hanno qualcosa di molto di più rispetto agli altri e che, dunque, meritano paghe più alte, in quanto apparteneti all’élite del basket mondiale. Tuttavia è piuttosto triste constatare che, spesso, il gioco viene posto in secondo piano; l’amore per una squadra diventa qualcosa di accessorio e non primario.

Romantica e ipocrita è l’idea che il guadagno rappresenti qualcosa di marginale per atleti che lavorano e faticano per garantire al pubblico uno spettacolo bello e affascinante, come quello che offre la NBA.

Tuttavia, rimango del parere che il sistema nel quale questi “nuovi ricchi” vengono inglobati, una volta entrati nella lega, sia troppo grande per essere da loro compreso e assimilato; i soldi che passano tra le loro mani troppi, perché si rendano conto di ciò che possono effettivamente farsene; e la mentalità di molti di loro troppo debole per capire che la sottile linea tra ciò che è loro dovuto e ciò che loro pretendono è la stessa che divide l’ambizione dall’arroganza.

PS: quando già questo articolo era in fase di elaborazione, è uscita la notizia del bankrupt di Antoine Walker.

Touché.

Kristoffer Castillo.

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