Napolitano ed il fantomatico "conflitto di attribuzioni" - Notizie.it

Napolitano ed il fantomatico “conflitto di attribuzioni”

Roma

Napolitano ed il fantomatico “conflitto di attribuzioni”

Il conflitto di attribuzioni di poteri dello Stato, sollevato dal Quirinale contro la Procura di Palermo, relativo alle trattative Stato Mafia, merita sicuramente degli approfondimenti. Sono trascorsi 20 anni dalla morte di Falcone e Borsellino e Giorgio Napolitano, l’Ipocrita per eccellenza, prima che venisse sollevato un polverone sulle sue responsabilità nella detta trattativa , auspicava scavi profondi, fuori da ogni cautela motivata dalle ragioni di Stato; altresì spiegava come bisognava condurre le indagini e prometteva di vigilare in qualità di presidente del Csm. A scoprire le carte in tavola invece sono state le intercettazioni telefoniche fra l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino, e per l’appunto Napolitano, da cui si deduce che le trattative ci sono state e non solo. Ricostruiamo i fatti: alcuni pm ritengono false le dichiarazioni di un ministro degli interni a proposito delle stragi di mafia del 1992/93 e cominciano a d indagare su Mancino, legittimamente sottoposto ad intercettazioni telefoniche.

Questi si appella ai consiglieri del Quirinale, chiede aiuti a destra e a manca , e fra le altre cose, chiacchiera con il Presidente della Repubblica. E’ qui che scoppia “la bomba” in merito al conflitto tra poteri dello Stato. Il quirinale solleva il conflitto d’attribuzione, dichiarando che è vietato ascoltare il Presidente, il quale è condannabile solo per alto tradimento o attentato alla Costituzione ( cose che per altro gli riescono benissimo senza che nessuno faccia niente. Nda). Non esiste tuttavia alcuna legge che vieta l’ascolto o la registrazione e se anche esistesse, sarebbe roba da paese civilmente primitivo. Il decreto a cui si appella il Quirinale è quello del 12 luglio . In base all’art 90 della Costituzione , il Presidente non risponde degli atti inquadrabili nelle sue funzioni, come detto qualche riga fa, se non per alto tradimento e di attentato alla Costituzione; ma qui si tratta di del come usare le parole ascoltate durante la conversazione telefonica.

Secondo poi l’art, 7, comma 3 legge 5 giugno 1989, n219, a suo carico gli inquirenti possono disporre delle intercettazioni ed altre prove a carico, solo dopo che la Corte competente a giudicarlo lo abbia sospeso dall’incarico: in questo caso, non era il Capo dello Stato l’oggetto delle intercettazioni, dunque le situazioni non sono equiparabili. Insomma, le parole del Presidente si sarebbero dovute distruggere o bisogna prenderle in considerazione, eticamente per lo meno, in virtù di una lecita ricostruzione di fatti storicamente rilevanti? C’è chi ha evidenziato , in materia un “vuoto normativo” , ma in realtà il caso è previsto dalla legge 20 giugno 2003 n 140, la quale contiene appunto le norme sui processi relativi alle “alte cariche dello Stato”. Gli art. 4 e 6 infatti regolano le due situazioni: che sia disposto l’ascolto di tali persone o conversino con l’intercettato e spetta al giudice stabilire se le parole siano utili alle indagini.

Se putacaso esse non lo siano, verranno ascoltate comunque tutte le parti in camera di consiglio e successivamente i materiali andranno distrutti ed è esattamente questa la procedura seguita dalla Procura di Palermo, mentre con il decreto 12 luglio , il Quirinale cerca di eludere il problema. Per chi non lo sapesse, anche la Procura di Firenze aveva intercettato Napolitano nel 2009, mentre dialogava con Bertolaso, indagato in tema di appalti. In quell’occasione non emersero frasi eclatanti o compromettenti, tant’è che figurano ancora agli atti del processo tenutosi a Perugia e nessuno ha mai pensato di sollevare la questione del conflitto di attribuzioni Si deduce che la Procura di Palermo non ha fatto alcun illecito e si deduce anche che , fondamentalmente si voglia cercare di insabbiare qualcosa di marcio.See full size image

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