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Negli USA, 75 laureati in legge fanno causa alle proprie università per non aver trovato lavoro

Economia

Negli USA, 75 laureati in legge fanno causa alle proprie università per non aver trovato lavoro

Giovani in cerca di lavoro
Giovani in cerca di lavoro

Ogni volta che si ricomincia a parlare di una riforma della scuola, in Italia, salta fuori qualcuno, che magari non ha mai lavorato, ad affermare che bisogna fare in modo che la scuola trovi un raccordo con il mondo delle imprese e non sforni più manodopera in eccesso, ma persone pronte a mettersi al servizio delle imprese e a soddisfarne le necessità. Le notizie che arrivano dagli Stati Uniti, sembrano smentire alla grande l’assunto che sta alla base di questi ragionamenti. Anche in un paese pragmatico come gli States, la scuola non forma certo in vista di un lavoro sicuro, anche considerato il fatto che i rapporti produttivi non si formano, né tanto meno cambiano in base a quanto viene sfornato dal settore dell’istruzione, ma rispondono a logiche a volte inafferrabili. Come sanno bene 75 ex studenti universitari laureati in legge, i quali hanno deciso di fare causa alle rispettive università, non avendo trovato lavoro una volta ottenuto il sospirato pezzo di carta.

Ricordiamo, che negli Stati Uniti ha preso sempre più piede la pratica dell’indebitamento sfrenato per riuscire a pagare gli studi: “Spendere 150.000 dollari per l’università è stato un pessimo investimento”, ha infatti commentato uno degli ex studenti della Brooklyn Law School coinvolti nella causa rivolta alla Corte Suprema di Brooklyn. La motivazione alla base della causa (sono 15 cause legali da 200 milioni di dollari), sta nell’inganno perpetrato ai loro danni dalle università, accusate di averli ingannati sulla situazione del mondo del lavoro per guadagnare sulle rette scolastiche: “Nonostante il mercato degli avvocati fosse saturo”, ha aggiunto lo stesso studente, “l’università ha continuato a promettere ottime prospettive lavorative per i futuri laureati”. Dicevamo che pensare di riformare l’istruzione italiana, modellandola in modo da farne un serbatoio per le imprese, è una pura e semplice chimera e il dato americano lo conferma: il tasso di disoccupazione nei primi nove mesi dalla laurea, come si legge sul sito dell’università newyorkese, varia dall’88 al 98 per cento.

Tra gi occupati, però, vengono compresi anche quelli che hanno trovato un lavoro non legato al campo di studio. Secondo gli esperti, non sarà facile vincere queste cause contro le scuole, in quanto troppi sono i fattori che contribuiscono alla disoccupazione, dalla situazione economica del Paese alle abilità dei singoli alunni. Appunto per questo, sarebbe bene non affermare con troppa sicumera che la scuola debba essere agganciata al mondo del lavoro, viste le variabili in gioco.

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