Nuove BR: al via processo d’appello bis COMMENTA  

Nuove BR: al via processo d’appello bis COMMENTA  

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Milano – inizia oggi io processo d’appello bis nei confronti di presunti brigatisti dopo che, a febbraio, la Cassazione ha annullato con rinvio le condanne inflitte il 24 giugno 2010 a 12 imputati accusati di aderire alle Nuove Brigate Rosse.

La Suprema Corte ha annullato la costituzione di parte civile del giuslavorista Pietro Ichino. Nel precedente processo, l’accusa riteneva Ichino uno degli obbiettivi delle nuove BR.

Tutti gli imputati erano stati condannati in primo grado nel 2009 e in appello nel 2010. In appello furono condannati a 14 anni e 7 mesi Davide Bortolato e Claudio Latino, considerati i leader delle cellule padovana e milanese.

Alfredo Davanzo, presunto ideologo delle nuove BR fu condannato a 11 anni e 4 mesi, 13 anni e 5 mesi a Vincenzo Sisi; 10 anni e 10 mesi a Bruno Ghirardi; 10 anni e 8 mesi a Massimiliano Toschi; 8 anni a Massimo Gaeta.

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Altri 4 imputati avevano invece avuto pene inferiori ai 4 anni. Federico Salotto, condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi, era stato assolto in secondo grado. Se dovesse rimanere in piedi, come unico capo d’accusa, l’associazione sovversiva, ci sarebbero pene più miti per tutti gli imputati. Per quel che riguarda le imputazioni la Cassazione – riporta l’Adnkronos – ha avvolarato la ricostruzione delle sentenze di merito e l’impianto dell’indagine. “Le intercettazioni, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Valentino Rossin, l’ esito di perquisizioni e sequestri, pedinamenti e riprese video della polizia giudiziaria”, hanno scritto gli ermellini, hanno dimostrato “l’esistenza di una struttura operativa, sufficientemente gerarchizzata al suo interno” con il “quadrumvirato Davanzo-Latino-Bortolato-Sisi”, intonata “a un ben preciso credo politico”, forte di “una cassa comune, una sede centrale a Milano e articolazioni periferiche in Piemonte e Veneto, un poligono di tiro, un sicuro rifugio e un foglio di propaganda”. Un’associazione, quindi, “tesa alla realizzazione di un programma ‘rivoluzionario’ che prevedeva l’ uso sistematico della violenza, e che a tale scopo si era dotata di un considerevole quantitativo di armi micidiali”. E tuttavia per la Cassazione, i giudici della Corte d’Assise d’Appello milanese, nella loro motivazione della sentenza di condanna, non hanno indicato “con quali modalità” le azioni che erano state progettate dagli imputati, come l’agguato a Ichino appunto, avrebbero dovuto essere realizzate.Non è stato chiarito, insomma, se la banda armata, “che certo aveva intenzione e capacità di esercitare la violenza, aveva anche intenzione e possibilità di utilizzare metodi terroristici per conseguire il suo programma di eversione dell’ordine costituzionale”. Per la Cassazione nella sentenza d’Appello non è stato specificato se “tra gli effettivi progetti” degli imputati “vi fossero esclusivamente obiettivi ‘di elezione’ (per ottenere un effetto paradigmatico e innestare magari meccanismi di emulazione)” oppure se la banda armata avesse anche “il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri, la volontà di destabilizzare o addirittura distruggere gli assetti istituzionali del Paese”.

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