Obama, in Israele impossibile un accordo nei prossimi 12 mesi

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Obama, in Israele impossibile un accordo nei prossimi 12 mesi

Il bilancio delle vittime in Cisgiordania continua ad aggravarsi.

Nel fine settimana un uomo palestinese di 23 anni è rimasto ucciso nel corso di alcuni scontri con l’esercito israeliano nei pressi di Gaza. Ad Halbul, una donna palestinese di 70 anni è stata uccisa dalla polizia israeliana, secondo la quale aveva tentato di investire alcuni soldati. Vicino a Betlemme, nell’insediamento ebraico di Beitar Illit, un’altra donna, sempre palestinese, ha aggredito con un coltello un soldato israeliano, che ha reagito aprendo il fuoco e uccidendola.

Episodi di una quotidianità che vengono ormai riportati con rassegnazione dalla stampa di tutto il mondo, come se il pensiero comune fosse che lì, da quelle parti, questo genere di cose non sono certo una novità e, in sostanza, non si può proprio fare niente per evitarle. Morti su morti (il bilancio delle vittime è prossimo al centinaio in un mese e mezzo di Nuova Intifada o Intifada dei Coltelli), eppure nessuna reale proposta di risoluzione pacifica dei problemi o, quanto meno, cessazione delle ostilità.

Ci ha provato nelle scorse settimane il segretario di Stato americano John Kerry, ma non è riuscito ad ottenere alcun risultato. La politica mondiale stenta ad avere un atteggiamento davvero propositivo sulla questione, perché troppo grande e delicata per diplomazie che non siano quella USA o poche altre. L’ONU, tramite il segretario Ban Ki Moon, si è limitata a ribadire che le ostilità devono cessare, come a dire che l’effetto finale rappresenta l’unica vera soluzione, perché di soluzioni, in realtà, non ce n’è.

Lo schiaffo finale è arrivato nel fine settimana dagli USA, dove il presidente Barack Obama ha ammesso senza mezzi termini che è impossibile il raggiungimento “di un accordo che ponga fine al conflitto nei prossimi 12 mesi”. Un anno ancora di ostilità a questo livello significherebbe migliaia di morti, e tanto dovrebbe già bastare a ribadire l’urgenza di non abbandonare affatto, anzi di intensificare ogni sforzo per una soluzione diplomatica del problema.

Gli USA continuano a sostenere la cosiddetta soluzione dei due stati, così da “raggiungere una pace e una sicurezza che durino nel tempo, dando ai popoli israeliano e palestinese quella dignità che meritano”.

Il problema, però, potrebbe essere che l’attuale situazione nel conflitto israelo – palestinese non sia la solita. Israele non può, neppure in minima parte, piombare nel caos proprio in questo momento, perché, sebbene Hamas per primo si sia schierato in modo aperto in opposizione all’Isis, il disordine potrebbe finire per rappresentare l’ambiente ideale per favorire l’infiltrazione, la crescita e l’organizzazione di gruppi vicini allo Stato Islamico. Questa è una prospettiva che non può essere considerata accettabile né da Israele, né dalla Palestina, ma neppure dalla comunità internazionale, perché la presenza dell’Isis in Israele potrebbe dare il via ad una serie di eventi che davvero potrebbero portare ad un conflitto di dimensioni mondiali, incontrollabile per caratteristiche, estensione e durata.

Fra pochi giorni Barack Obama incontrerà il premier israeliano Netanyahu: la posta in gioco non è solo una questione fra israeliani e palestinesi, potrebbe anzi essere molto più ampia, così ampia che accettare il prolungamento dell’attuale situazione per altri 12 mesi potrebbe rivelarsi un errore irreparabile.

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