Omicidio Yara, una telecamera sulla tomba COMMENTA  

Omicidio Yara, una telecamera sulla tomba COMMENTA  

Il Ministero della Giustizia sta controllando in questi giorni le spese sostenute dalla Procura di Bergamo nell’ambito delle indagini per l’omicidio di Yara Gambirasio. Documenti per un totale di dieci faldoni, si dice, per un totale di poco superiore a un milione di euro.

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Fra le spese, anche quelle relative a una telecamera posizionata nel cimitero di Brembate di Sopra, dove Yara è sepolta, puntata sulla tomba della ragazza in maniera da individuare tutti coloro che, dalla fine di maggio del 2011 (data di installazione del sistema), si sono fermati di fronte alla lapide.

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Tutti, sono stati immortalati tutti, alla ricerca di qualche viso ‘interessante’, se non sospetto. Alla ricerca anche del viso di Massimo Bossetti, il quale, però, su quella tomba, non sembra esserci mai andato, almeno a giudicare dalle immagini raccolte dagli inquirenti. E questo in contrasto con una delle testimonianze raccolte, quella di un autista che, in un’intervista al noto settimanale “Giallo”, dichiarò di avere “visto Bossetti pregare sulla tomba di Yara”.

L’impianto è stato smontato poco dopo l’arresto di Bossetti e, da allora, non risulta più attivo, ritenuto inutile, si può dedurre, una volta che è stato individuato il presunto colpevole dell’omicidio.


La telecamera computa comunque ben poco in termini di incidenza sui costi totali, che comprendono consulenze di vario tipo, traduzioni, trascrizioni di telefonate intercettate, materiali ad uso informatico, foto, video e numerosissimi esami del dna, e che, nel caso di condanna definitiva di Massimo Bossetti, sarebbero a quest’ultimo per intero addebitati.

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Come ha fatto notare il Corriere della Sera, non fanno invece parte dei costi le consulenze di Carlo Previderé e Pierangela Grignani, gli esperti dell’Università di Pavia il cui contributo è stato considerato fondamentale per l’incriminazione di Massimo Bossetti.

“Abbiamo rinunciato all’onorario” ha spiegato Carlo Previderé “come credo abbiano fatto anche colleghi delle forze dell’ordine”, per “una scelta personale: chi ha richiesto un onorario per la sua professionalità lo ha fatto con piena ragione. Volevamo dare un contributo a un’indagine molto importante. Il fatto che il mio lavoro sia stato decisivo mi gratifica in un modo in cui nessun onorario avrebbe mai potuto fare”.

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