Ora provate a non inchinarvi al Re COMMENTA  

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Erano in tre, ne è rimasto uno solo. LeBroooon James from Akron, Ohio, sua maestà, il Re, the Chosen One, o come lo volete chiamare, è l’ultimo superstite dei Big Three di Cleveland, e la cosa non sembra pesargli affatto. Sì, perché la lussazione alla spalla che ha fatto chiudere l’armadietto di Kevin Love fino alla prossima stagione (lontano dal Quicken Loans Arena) e l’infortunio un po’ meno grave di Kyrie Irving (pronto a tornare sul parquet tra chissà quanto), hanno gettato sulle spalle del Prescelto “quasi” tutto il peso delle decisioni dell’attacco (e della difesa) dei Cavaliers.

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E così, in gara 1, con l’esplosivo Kyrie claudicante, LeBron ha preso le redini della squadra, e ha continuato a segnare (31 punti), catturare rimbalzi, sfornare assist e triturare lentamente, ma inesorabilmente le piccole certezze di Atlanta, partita ai blocchi con la coccarda di migliore della classe East.

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Tuttavia, c’è stato chi (i sostenitori del movimento “haters gonna hate, so fuck LeBum”) ha voluto trovare per forza un appiglio per criticare il 23 di Cleveland, e questo appiglio è stata la straordinaria prestazione di J.R Smith, piccolo grosso assaggio del Sixth Man of the Year 2012-2013,  capace di una prestazione da 28 punti e, soprattutto, in grado di lanciare otto bombe dall’arco.


Cleveland, secondo questi ultimi, non sarebbe stata trascinata da James, ma ha dominato solo ed esclusivamente perché aiutato e sorretto da Sniper Smith.

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Ormai, però, l’omone numero 23 ha imparato a ricevere le critiche, prendere il buono da quelle costruttive e farsi scivolare di dosso quelle frutto di menti sostenitrici del concetto “sì, lui forse è il migliore, quindi divento fan di quell’altro”.

Skip Bayless, somma divinità del giornalismo d’Oltreoceano, aveva definito James, prima del primo anello vinto, targato Miami Heat:

“forse il più grande talento degli ultimi venti anni, ma anche il campione con la tenuta mentale più debole di tutta la storia NBA”,

salvo poi elogiarlo (giustamente) dopo le straordinarie prestazioni del Re contro gli allora pischelli Oklahoma City Thunder di Kevin Durant e Russell Westbrook. A distanza di tre anni, le cose sono cambiate tanto.

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LeBron ha giocato altre due Finals, si appresta molto probabilmente a giocarne una terza, e il giovane ragazzo, che a 17 anni veniva seguito da tutta America, con pulmini organizzati da ESPN, durante le sue partite alla sua St. Vincent- St. Mary High School, è diventato un dio del basket: Uno che finalmente ha capito cosa voglia dire prendere in mano una partita, farsi da parte quando serve, rubare l’intera scena se necessario.

E così, dopo la dominante prestazione di gara 1, il Re ha voluto dimostrare (di nuovo, ancora, per l’ennesima volta) di essere ancora il giocatore più forte della lega.

Senza l’aiuto di una buona spalla realizzatrice, King James ha voluto fare tutto da solo. Ha flirtato con una meritatissima tripla doppia; 30 punti con 10/22 al tiro, 9 rimbalzi e 11 assist, tra i quali questo behind the back per Iman Shumpert:

http://https://www.youtube.com/watch?v=aaCvf4yJgFs

Probabilmente LeBron ha capito che bisogna chiudere in fretta la pratica Atlanta, squadra di grande talento, ma ancora troppo inesperta sul palcoscenico dei playoffs. Bisogna chiuderla perché nell’altra final di Conference, si stanno scontrando i due primi classificati al Rising MVP Award di quest’anno. Curry, the most valuted player, è in vantaggio 2-0 su James Harden.

Stephen è un  spanna sopra il Barba e l’ultima azione di gara 2, azione che avrebbe potuto cambiare la serie, lo dimostra. Harden non è ancora arrivato alla maturità che il 30 di Golden State ha acquisito, e con la quale giostra il magnifico gioco dei Warriors, sotto gli occhi ammaliati e stupefatti di coach Steve Kerr.

Nozionismi a parte, LeBron ha già capito che, una volta chiusa la serie contro gli Hawks, si dovrà scontrare con un pezzo da 90, una vera e propria superstar che ad Atlanta manca (Horford, pardon). E uno scontro con Curry (o Harden) sarà sicuramente un grosso sforzo per Prescelto, vista l’assenza (certa) di Love e quella (possibile) di Irving.

Una cosa però è certa: LeBron James risponderà come ha sempre fatto, si comporterà da leader, da coach (Blatt lo sa) e da campione. D’altronde è questo il destino dei Prescelti, questa è la strada che sono costretti a percorrere quei giocatori, sul cui nome sono stati sempre affibbiati scomodi accostamenti. Gara 2 di ieri sera ha dimostrato che un’orchestra può avere due, tre, cinque, dieci violini, ma gli assoli più difficili e ostici spettano sempre e comunque allo Stradivari migliore.

Lo Stradivari migliore di Cleveland è quello che viene pizzicato e musicato dal numero 23, capitano, allenatore, motivatore e trascinatore di una squadra costruita ed assemblata per un unico scopo: vincere l’anello di Campioni NBA.

Si tratta di un’aspettativa che una città attende da anni, una city calorosa allo stadio, ma tremendamente ingrata se tradita nelle proprie speranze (chi non si ricorda di quel brutto spettacolo del 2011, con gli abitanti di Cleveland che bruciavano le canotte numero 23 in strada dopo la Decision). James sa di tutto questo ed è tornato lo stesso. Aveva una promessa da mantenere e ora è pronto a dimostrare di essere un uomo di parola.

E poco importa se il 90% della scena cestistica gli remerà contro. Non importa se i giornalisti lo attaccheranno, gli avversari lo insulteranno, o se gli haters lo odieranno; lui ce la metterà tutta.

E per tutti quelli che avranno sempre qualcosa da ridire, ricordate le parole del Re dopo le finali 2013:

Listen: for me I can’t worry about what everybody say about me. I’m LeBron James, from Akron, Ohio, from the Intercity. I’m not even supposed to be here. That’s enough. […] I’m blessed. So whatever say about me off the court, don’t matter! I ain’t got no worries!

Take a bow.

 

 

Kristoffer Castillo

 

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