Paesi Arabi: continua la violenza

Roma

Paesi Arabi: continua la violenza

La situazione in medio oriente continua ad essere tesa e non sembrano esserci spiragli di speranza.

In questi giorni è stato ucciso dall’aviazione israeliana uno dei leader di Hamas impegnato nelle trattative ” ufficiose “tra il partito islamico e Israele.

Hamas ha subito risposto all’attentato lanciando missili contro Israele, mentre questa è partita al contrattacco attraverso bombardamenti aereo-navali su tutto il territorio della Striscia di Gaza. Trattandosi di una zona densamente popolata, ovvio concludere che a pagare le conseguenze di tali attacchi sono stati essenzialmente civili inermi ,colpevoli di trovarsi in prossimità di più o meno reali basi di Hamas.

A dire il vero è proprio questa l’essenza di una guerra condotta in maniera militarmente asimmetrica e sbilanciata il cui intento è quello di ripulire intere zone, usando armi di ogni sorta, incluse quelle chimiche al fine di diminuire drasticamente la possibilità di perdite nelle proprie fila.

Purtroppo si tratta di scene già viste in passato, basti pensare a Falluja in Iraq o a Gaza con l’operazione “Piombo Fuso” nel 2010.

E dire che l’occidente falsamente propaganda i “bombardamenti chirurgici” con l’adozione della RMA, la Rivoluzione negli Affari Militari, vale a dire l’insieme di tecniche sociali e militari che dovrebbero produrre guerre a “zero perdite”. Si tratta di una colossale bugia, poichè di fatto i numeri di morti rispetto al passato è nettamente cresciuto.

Ma perchè si vuole la guerra e perchè di fatto nessuno è realmente interessato a che si avvii un processo di riappacificazione tra potenze?.

Le risposte sono tante, ma tutte riconducibili alla sostanziale volontà di trarre vantaggi economici a tutto tondo, possibili solo se si evita la normalizzazione della situazione interna.

Insomma: si può lucrare meglio vendendo le armi, ricostruendo le zone distrutte, vendendo uomini della sicurezza, agenti segreti e spie e sottrarre risorse ai popoli martoriati, se questi sono impegnati a scannarsi!

Pertanto la possibilità che i palestinesi rimangano subordinati economicamente, socialmente e politicamente a Israele passa necessariamente per la distruzione totale delle infrastrutture palestinesi, per l’embargo, l’espansione delle colonie, e per la continua minaccia di operazioni militari di ampio respiro.

Ma parliamo di Hamas: si tratta in realtà di un esecutore della volontà di Israele che ha come obiettivo la riduzione dell’influenza dell’Olp all’interno dei territori occupati e dei campi profughi all’estero; probabilmente infatti se la situazione non fosse così disastrosa, avrebbe poche ragioni di esistere in Palestina, notoria regione laica .Del resto Hamas ha realmente interesse a combattere militarmente l’occupazione di Israele? Sappiamo infatti che, nonostante i finanziamenti di cui gode, conduce una resistenza armata con missili semiartigianali di stampo più terroristico che organizzato.

Insomma si potrebbe avanzare l’ipotesi che si tratti di scontri simulati e studiati a tavolino per colpire i due popoli, uno costretto a vivere sotto le bombe e in un regime di embargo che colpisce i generi di prima necessità e sotto il giogo clericofascista di Hamas e l’altro mantenuto a in uno stato di perenne tensione che va a vantaggio della classe governativa, la quale può a buon diritto rivendicare il diritto di far tacere qualsiasi dissenso con la scusa dell’unità nazionale di fronte alla minaccia palestinese o iraniana di turno.

L’ultimo attacco a Gaza è avvenuto a ridosso delle elezioni politiche israeliane in cui le forze opposte cercano di avere il sopravvento l’una sull’altra: chi vince una guerra può risalire nei sondaggi , facile dedurre che proprio la guerra possa dunque servire a qualcuno.

La cosa peggiore è che l’opinione pubblica viene continuamente foraggiata con l’idea che si tratti di scontri religiosi, mentre in realtà si tratta di interessi di natura economica.

Ricordiamo che negli anni scorsi il principale appoggio ai palestinesi era venuto dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi, questa volta invece viene dall”Egitto, sotto la guida del presidente Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, movimento politico di cui Hamas può considerarsi una filiazione.In Egitto si sono tenuti i colloqui di pace a favore di una mediazione appoggiata anche dall’amministrazione statunitense e dalla Lega Araba, mentre la Siria, dilaniata da problemi interni si è tenuta fuori dal processo.

Si è così creato una specie di blocco Sunnita (Egitto e Lega Araba)contrapposto a quello Sciita a guida Iraniana ( Dunque apparentemente si tratta di problemi religiosi)

In realtà tra Lega Araba e Iran non corra buon sangue: i primi sono legati al mondo occidentale a guida USA, mentre la Persia è legata a Russia e Cina, con cui è in ottimi rapporti commerciali per quello che riguarda la fornitura di materie prime.

Si tratta dunque di problemi di natura economica

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