Pechino 2015, per l’Italia il peggior mondiale della storia

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Pechino 2015, per l’Italia il peggior mondiale della storia

Mentre si chiudono i mondiali di Pechino, per la federazione italiana di atletica leggera è il momento del bilancio.
Le aspettative non erano alte, per il semplice fatto che mancano atleti di livello, in grado di dare filo da torcere ai giganti che dominano le varie discipline, ma, secondo i vertici nostrani, le cose sono andate peggio di quanto si potesse prevedere.


A esprimere tutta l’amarezza del momento è il presidente federale Alfio Giorni: “I numeri dicono sia stato il peggior Mondiale della nostra storia. Non solo per i risultati, ma per l’atteggiamento mentale che troppi atleti hanno avuto. Avevo chiesto a tutti di dimostrarsi all’altezza, di battersi al meglio, arrivando al personale o superando i turni. Non è successo, se escludiamo qualche eccezione, come lo stesso Tamberi, la Hooper, le staffettiste, i maratoneti e le marciatrici. E’ accaduto il peggio, con troppi ragazzi lontani anche da prestazioni medie. Rispetto a quanto si era visto nella stagione, il passo indietro è clamoroso, in totale controtendenza. E non lo dico in base a medaglie e finalisti. Nell’ottica di Rio 2016, abbiamo comunque ricevuto indicazioni importanti: se agli Europei di Amsterdam avremo una squadra allargata a tanti giovani, quella per l’Olimpiade sarà molto ristretta, sperando che alle due staffette qui impegnate, se ne aggiunga però una terza. Il rendimento della 4×400, qui, è stato esemplare».

Giorni è molto duro, ma lo è prima di tutto con se stesso (“la responsabilità di quel che è successo, sia comunque chiaro, è solo mia”) e non manca di indicare la via per uscire dalla crisi in cui versa l’atletica leggera. Secondo Giorni, occorre “potenziare il settore tecnico”, “chiarire con gli atleti e le società quel che ci aspettiamo da loro”, “approfondire col Coni gli aspetti biomedici, biomeccanici e di ricerca” perché “sull’alta specializzazione, vedendo quel che fanno altre nazioni, siamo indietro”.
Tutto più che condivisibile, solo che, a Rio 2016, manca pochissimo, e, per cambiare qualcosa in questo settore, occorre senza dubbio molto tempo.

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