Perché in Italia non si segue l’NBA COMMENTA  

Perché in Italia non si segue l’NBA COMMENTA  

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Michael Jordan, Lebron James, Shaquille O’Neal (o meglio “Onì”), Kobe Bryant ( più noto come “Bryan”, la “t” muta un po’ come la “d” di Django). Sono tutti nomi che, almeno una volta nella vita, un italiano medio ha sentito nominare. Sono nomi conosciuti un po’ come quelli dello zio emigrato in Sud America, che vive sulla spiaggia, con un chiringuito di proprietà e che se la cava piuttosto bene, mica come qui in Italia. Entità sentite qua e là, tra una birra con gli amici e una chiacchierata in piazza con qualche fanatico di sport d’Oltreoceano.


In pochi però sanno che, quando si nominano questi individui, ci si riferisce a cestisti, giocatori che hanno fatto, e che continuano a fare, la storia del campionato di basket più bello e competitivo del mondo: l’NBA. Campionato dalla forte componente spettacolare, dove hanno giocato i nomi più illustri del panorama cestistico di tutti i tempi, rappresenta la meta ultima di un qualsiasi giocatore di pallacanestro. Giocare nella National Basketball Association significa coronare la propria carriera ed entrare a far parte dell’elité del basket mondiale, ottenere il non plus ultra, poter gareggiare con i migliori al mondo.


Michael-jordan

Tuttavia, in Italia lo sport è  il calcio. Al massimo si  sceglie di seguire il  Motomondiale o la  Formula  1, al massimo. La domenica,  infatti, l’appuntamento fisso  è al bar, o sul divano di casa,  con la consueta busta di  patatine e la Peroni  ghiacciata, appoggiata sul  tavolino, a seguire la serie A o il moto GP.


Finita la partita o il Gran Premio, poi, tutto torna alla normalità e di “sport” non se ne riparla più fino alla settimana successiva. Salvo, ovviamente, arbitraggi scandalosi o incidenti spaventosi, i quali diventano, invece, l’unico argomento di discussione a lavoro, a scuola, in università, dal parrucchiere. Ecco cosa vuol dire avere una cultura sportiva in Italia. Ecco cosa vuol dire avere una “cultura del pallone”, un pallone che non contempla spicchi, come quello della pallacanestro della National Basketball Association.

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La quasi sacralità di questa cultura attiva, quindi, un meccanismo di auto-chiusura. Un ripiegamento su sé stessa della mentalità sportiva italiana, una sorta di non apertura verso nuovi orizzonti sportivi, rendendo unico ed esclusivo il primato del calcio, sport nazionale e nazionalistico italiano. Emblema di questo status è sicuramente il patriottismo ostentato durante le competizioni internazionali, dove il tifo per la Nazionale azzurra rappresenta il momento più intenso di contatto tra i cittadini, unica occasione dove i problemi tra connazionali non esistono, dove tutti si sentono fieramente italiani.

136658547-2466531_0x410In un clima del genere, la passione per un nuovo sport non può attecchire, anche se, a dir la verità, negli ultimi anni, si sta assistendo a una graduale e (molto) lenta apertura verso gli sport non propriamente italiani. Il basket dell’NBA rientra sicuramente tra questi. Forti segnali sono arrivati con l’approdo nel campionato di giocatori provenienti dal Bel Paese, tra i quali Bargnani, Gallinari, Belinelli e Datome, i quali hanno favorito un rapido aumento del numero di coloro che seguono il campionato americano. Tuttavia, si tratta di segnali molto deboli e poco significativi, in confronto al potenziale pubblico sul quale l’NBA potrebbe far presa.

Il calcio, per chi nasce in Italia, rappresenta, per il 99% dei ragazzini, il primo amore, il primo sport. Tuttavia, nulla vieta di potersi affacciare verso nuovi orizzonti, appassionarsi ad un nuovo sport spettacolare, intenso e muscoloso come, o forse più, del calcio. Nessuno proibisce di aprirsi una busta di patatine, con una Peroni ghiacciata appoggiata sul tavolino, mentre si guardano Bryant e Lebron che si sfidano a colpi di cross-overs, triple o schiacciate. Provare per credere.

K.Castillo

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