Perché la crisi non ha colpito la Cina COMMENTA  

Perché la crisi non ha colpito la Cina COMMENTA  

Per anni la Cina, uno dei pochi Paesi comunisti sopravvissuti al crollo del Muro di Berlino, è stata oggetto della compassione dei Paesi ricchi perché apparteneva a quelle sfortunate nazioni che non potevano approfittare della deregulation. Poco importa che questo Paese sia stato oggetto dello sfruttamento del grande capitalismo della globalizzazione, un capitalismo che delocalizza perché è libero di muoversi dovunque i costi del lavoro e di produzione sono più bassi.

La delocalizzazione era infatti vista come il sacro Graal dell’economia reale. Oggi sappiamo che gran parte di questa crescita era frutto di bolle finanziarie. Mentre il ricco Occidente celebrava il neo-liberismo e spendeva soldi che non possedeva, i cinesi risparmiavano, copiavano i prodotti occidentali e rimpiazzavano le produzioni con le loro.

A vent’anni di distanza chi ha veramente guadagnato dalla delocalizzazione sono i Paesi emergenti come la Cina. Nel 1999 i cinque maggiori esportatori al mondo erano in ordine di grandezza: gli Stati Uniti, la Germania, il Giappone, la Francia e la Gran Bretagna.

Nel 2009, appena dieci anni dopo, l’ordine è cambiato: la prima è la Cina con un tasso di crescita delle esportazioni del 20 per cento, seguita dalla Germania con un modesto 7,5, gli Stati Uniti sono fermi al 4,3, poi viene il Giappone e la Francia.

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Durante la stessa decade la Corea del Sud è passata dal dodicesimo al nono posto della classifica dei maggiori esportatori, con un tasso di crescita del 10. Tra dieci anni questa classifica potrebbe vedere ai primi due posti due Paesi emergenti asiatici: Cina e Corea del Sud.

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