Perché si chiama femminicidio COMMENTA  

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femminicidio

Femminicidio, definito come l’uccisione misogina di donne da parte degli uomini (Russell e Radford, 1992), ha le sue radici nel discorso femminista più grande, che sottolinea il carattere patriarcale della società e la tendenza a usare la violenza come strumento di repressione nella dominanza del maschio.

Il termine, che – a differenza del termine genocidio, per esempio – non ha alcun fondamento giuridico, è elaborato nel lavoro di Jill Radford e Diana EH Russell in una raccolta di opere dal titolo ‘femminicidio, la politica della donna di uccidere’, pubblicato nel 1992.

Esso prende forma dalla parola ‘Cide’, un derivato della parola latina ceadere che significa uccidere e femina che significa donna o femmina. Il termine rimane relativamente specialista e deve ancora raggiungere il discorso politico tradizionale, e ha avuto la tendenza ad essere oscurato dal termine più neutro rispetto al genere e ampiamente applicabile come ‘discriminazione sessuale’.
Il termine è probabilmente stato utilizzato fino al 1974, quando uno scrittore americano, Carol Orlock, ha preparato un’antologia di femminicidio, che rimane inedita (Russell e Radford, 1992). L’emergere del termine può essere visto come parte dei movimenti femministi del 1970, che sono stati testimoni di tentativi delle donne di nominare le proprie esperienze e di creare una forma di resistenza a questa ultima forma di violenza contro le donne.

Piuttosto che essere una nuova forma di violenza, si è infatti visto come un continuum di violenza esercitata contro le donne. Più specificamente, tuttavia, si propone come alternativa al termine genere neutro di ‘omicidio’. Come tale, essa cerca di evidenziare l’uccisione di donne, un fenomeno legato a stretto contatto con la violenza sessuale promulgata per punire, biasimare e controllare le azioni, le emozioni e il comportamento delle donne.

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