Poesie di Primo Levi sulla Shoah

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Poesie di Primo Levi sulla Shoah

Poesie di Primo Levi sulla Shoah
Poesie di Primo Levi sulla Shoah

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è un occasione in più per soffermarsi sull’orribile genocidio perpetrato dal regime nazista a scapito in primis degli ebrei, ma non solo.
Molti sono i modi per volgere un pensiero alle vittime: visione di film, documentari, ma forse la forma che più ci avvicina al capire questa tragedia è senz’altro la lettura di testi, racconti e poesia, di chi ha vissuto direttamente tutto ciò. Uno degli autori maggiormente conosciuto per aver raccontato della Shoah è sicuramente Primo Levi, scrittore italiano che è riuscito a scappare dagli orrori di Auschwitz.

Riporteremo qui le poesie più toccanti e significative:

ERANO CENTO

Erano cento uomini in arme.
quando il sole sorse nel cielo,
tutti fecero un passo avanti.
Ore passarono, senza suono:
le loro palpebre non battevano.
Quando suonarono le campane,
tutti mossero un passo avanti.
Così passò il giorno e fu sera,
ma quando fiorì in cielo la prima stella,
tutti insieme fecero un passo avanti.
Indietro, via di qui, fantasmi immondi:
Ritornate alla vostra vecchia notte:
ma nessuno rispose, e invece.
tutti in cerchio, fecero un passo avanti.

ALZARSI

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve e sommesso
II comando dell’alba:
«Wstawac»;
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
II nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E tempo. Presto udremo ancora
II comando straniero:
«Wstawac».

25 FEBBRAIO 1944

Vorrei credere qualcosa oltre,
Oltre che morte ti ha disfatta.
Vorrei poter dire la forza
Con cui desiderammo allora,
Noi già sommersi,
Di potere ancora una volta insieme
Camminare liberi sotto il sole.

IL SUPERSTITE

Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.


“Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.

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