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Por favor, ningunos héroes!

Cultura

Por favor, ningunos héroes!

Juanita, seduta nel mezzo, con tutti i suoi fratelli tra cui Fidel e Raùl Castro.

La storia dovrebbe essere oggettiva, sempre, ma in realtà alcuni aspetti vengono da sempre distorti e adattati alle convinzioni ideologiche di chi li tratta, facendo così nascere dei miti o degli eroi. Ernesto Guevara de la Serna, più conosciuto con el nombre de batalla del “Che”, ne è un esempio: coraggioso, bello, buono, grande amatore e giusto, soprattutto con una popolazione sottomessa ai potenti. In effetti è così che prende vita un eroe nell’immaginario collettivo, ravvisandone delle costanti antropologiche, ma è certo che queste nel tempo abbiano assunto caratteristiche diverse, adattabili a culture differenti. Il Che è stato adottato per inneggiare un credo: la sua immagine è stata la più venduta e diffusa al mondo. E pensare che non è un eroe classico, perché non ha parentele con antenati divini. Non è un eroe medievale, perché non è fedele ad alcun re. Non è un eroe romantico, poiché la sua vita non è basata solo sullo spirito.

Non è nemmeno un eroe moderno, visto che la sua azione non si fonda sul sapere; in poche parole non è un eroe.

Anche per i miti funziona all’incirca così. Cuba ad esempio è uno dei tanti miti atei del ventesimo secolo che sopravvive nel ventunesimo, però senza più essere un mito. Per tanti anni la sinistra ha voluto fare di quell’isola il mondo felice, utopico, realizzato dall’uomo: l’isola incantata che, seppure lontana c’è! Ci hanno creduto in tanti, a partire da intellettuali come J. Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che con odio, mentre buttavano in mare due millenni di cristianità, si godevano bagni di folla cubani organizzati dal regime ricambiando con rumoroso affetto e tanto Rum. Ci ha creduto il premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, divenuto un narratore alla ‘corte’ di Castro, però un certo Carlos Franqui, celebre rivoluzionario castrista poi pentitosi, scrisse così di lui: “La patente di sinistra consente a Garcia Marquez di possedere una villa, milioni e ricchezze in Colombia, in Messico e a Cuba, conti bancari.

Lui non condanna il narcotraffico che distrugge il suo paese, non denuncia i crimini della guerriglia colombiana e tace su delitti atroci come quello di padre Camilo Torres. Sceglie la zuppa comunista per interesse”. Alla rivoluzione cubana e ai suoi miti credettero anche molti cattolici di sinistra, che nel post Concilio, approfittando della mancata scomunica al comunismo e dell’iniqua “ostpolitik vaticana”, approfittarono per mescolare il verbo di Marx con quello di Cristo.

In Italia spettò a monsignor Ernesto Balducci mentre per l’America Latina furono i teologi della liberazione. Tra loro Ernesto Cardenal che in suo reportage da Cuba, undici anni dopo la Rivoluçion, pur ammettendo l’esistenza dei campi di concentramento e la persecuzione, verso gli stessi cattolici, proclamava Cuba capitale dell’umanità e del benessere, anche materiale, descrivendola con gli occhi pieni di emozione: “A Cuba ho visto che il socialismo fa sì che sia possibile vivere l’Evangelo nella società”. Oggi invece sappiamo bene cosa accade a Cuba: miseria, mancanza di totale libertà e oppositori coraggiosi, per lo più cattolici e uomini di cultura, i quali continuano a lottare costituendo la testimonianza più evidente del fallimento di una dittatura fatta in casa che dura da cinquant’anni.

Un po’ di tempo fa, su Limes, Lucio Caracciolo scrisse: “Sotto il velo di una propaganda in cui nessuno crede più, la vita quotidiana di Cuba è quella di un paese che non produce quasi nulla. E quindi deve importare il necessario, compresa la frutta tropicale surgelata servita nei paladares (ristorantini privati a uso dei turisti) che viene dritta dalle serre canadesi. Le tessere alimentari offrono sempre meno. Sullo sfondo dell’eroica rivoluzione contro Batista e delle grandiose ambizioni geopolitiche del carismatico Fidel, questa Cuba immiserita e sopravvivente, cucita su misura di turista (sessuale, non più ideologico), sembra rassegnata a recitar se stessa”. Eppure di questo fallimento così eclatante si parla poco, almeno in confronto all’esaltazione che se ne fece per tanti anni in alcuni ambienti. Rimangono quasi introvabili le denunce fatte, spesso da cubani cattolici, come quella di Armando Valladares, autore di: ‘Contro ogni speranza, ventidue anni nel gulag delle Americhe dal fondo delle carceri di Fidel Castro’, oppure quella del comunista, un tempo attivista, Pierre Golendorf, fotografo e autore di: ‘Un comunista nelle prigioni di Fidel Castro’.

Tanto clamore dunque in passato, tanto silenzio oggi. E’ difficile ammettere che ci si era sbagliati. I miti e gli eroi, però, non appartengono a guerriglieri barbuti con la mascella volitiva e il sex appeal mischiato al sudore inneggianti a una rivolta giusta. Nemmeno un’isola, purché incantevole come Cuba, è l’eroina di questo pezzo di storia che dura da mezzo secolo.

Il coraggio –mi spiace per chi ha creduto nei miti- appartiene a una donna molto vicina alla Rivoluzione: Juanita Castro. La sua biografia, ‘I miei fratelli Fidel e Raùl’, ha ricevuto molta meno attenzione di quella che meritava. Poche recensioni e le stroncature di qualche nostalgico incarognito e irriverente, come Maria R. Calderoni, che sul quotidiano comunista Liberazione scrisse di sentirsi indignata per le parole di Juanita, concludendo così la sue considerazioni: “Libro chiuso. A lettura finita ci viene in mente, chissà perché, quella frase di Sartre: «L’anticomunista è un cane»”. Pensiero tutt’altro che altruista, libertario e populista.

Eppure il libro di Juanita è molto interessante e ricco di storia, visto che per anni aveva lavorato attivamente per la vittoria della Rivoluzione al solo motto: <<Hasta la victoria, siempre!>> quindi un’esperienza forte se l’era fatta sul campo. Maria Calderoni avrebbe dovuto rispettare chi ha vissuto realmente quello che lei, invece, ha solo sognato. Juanita però ha pagato caro il suo coraggio: costretta a scappare da Cuba perché avversa ai fratelli, spesso maltrattata e insultata -accusandola di essere una spia dell CIA-, cosa che avvenne anche da alcuni cubani in USA, fedeli al regime, tacciandola di “alta traición” (alto tradimento), solo perché descrisse la sua vita sotto la dittatura del fratello, facendola coincidere con quanto raccontarono moltissimi testimoni. La Rivoluzione contro Batista in origine non fu di matrice comunista, fu una rivolta per sconfiggere una dittatura. Era appoggiata, in diverso modo, da operai, borghesi ed ecclesiastici, come il vescovo Enrique Pèrez Serante: a questo alto prelato Castro dovette la sua salvezza dopo una missione fallita.

Tutti volevano la libertà, l’equità sociale, la fine della dittatura, ma la gran parte dei rivoluzionari non sapeva nemmeno cosa fosse il comunismo, tantomeno l’esatta collocazione geografica dell’Unione Sovietica sulla cartina.

Solo pochissimi abbracciarono la <<Victoria de la Revolución>> con l’ideale marxista. Primo fra tutti Fidel, che la fece per motivi di potere, null’altro, Raùl e il Che, al contrario, la combatterono per convinzioni ideologiche profonde, anche se quest’ultimo in molti non lo descrissero come un eroe o un mito ma come un personaggio fanatico, volgare e sanguinario: una volta diventato direttore del carcere della Cabana eliminò tutti i suoi compagni di lotta che non vedevano di buon occhio il comunismo e la dittatura. Fu il Che, tra l’altro, a spingere sulla iniqua e crudele “persecuzione religiosa” e sulle fucilazioni indiscriminate di massa. “Difronte a tanta efferatezza -racconta Juanita-, mi schierai con quelli che mio fratello Fidel chiamava ‘vermi’ e cercai di salvarne il più possibile finché non fui costretta, anch’io, a emigrare come altri due milioni di cubani perciò: Por favor, ningunos héroes!

Dal 1964 Juanita Castro, 80 enne, vive a Miami, nel quartiere Little Havana: USA.

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