Presidenziali USA 2016, il dibattito TV fra i repubblicani è senza vincitori COMMENTA  

Presidenziali USA 2016, il dibattito TV fra i repubblicani è senza vincitori COMMENTA  

FILE - In this Jan. 23, 2015 file photo, former Florida Gov. Jeb Bush speaks in San Francisco. Jeb Bush and Mitt Romney are getting most of the attention in the early days of the Republican race for president. But as they court the party’s elite donors, some potential 2016 candidates who are to the right are just as eagerly chasing early support among evangelicals and social conservatives. (AP Photo/Jeff Chiu, File)

L’attesa era grande, ma, come spesso accade, non è successo proprio nulla.

Il dibattito televisivo di questa notte fra i candidati repubblicani per le prossime presidenziali USA è stato quasi un fiasco, per chi si aspettava di riuscire a individuare il nome del possibile numero uno. Non è riuscito a mantenere l’attuale leadership Ben Carson (al momento primo nei sondaggi), è sparito Donald Trump, non hanno brillato né Carly Fiorina, né Jeb Bush. Qualcosa di più sono riusciti a fare Marco Rubio e, in parte, Ted Cruz, ma non abbastanza da dare una connotazione indelebile alla campagna elettorale. La rete televisiva Cnbc, che ha trasmesso e moderato il dibattito, ha posto domande molto precise e lo ha fatto in modo troppo aggressivo, anche se, prima di dire che tutti i giornalisti stanno dalla parte dei democratici, come hanno fatto sia Rubio, sia Cruz, manca la riprova del vedere la Cnbc alle prese con un dibattito fra Hillary Clinton e rivali.

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L’ex neuro chirurgo Ben Carson è uscito dalla prova con le ossa rotte. Messo alle strette, non è mai riuscito a dare risposte e spiegazioni convincenti e, in più, si è ritrovato addosso gli attacchi degli avversari, specie quando ha esposto il suo piano fiscale. Molto diretto è stato il governatore dell’Ohio John Kasich che, molto indietro nei sondaggi, si è giocato il tutto per tutto cercando di mettere in evidenza i difetti delle proposte di altri candidati, da Donald Trump (al quale ha detto che è impensabile espellere gli immigrati quando i loro figli, nati negli USA e quindi cittadini americani, dovrebbero rimanere), a Rand Paul (al quale ha detto che riformare il sistema sanitario e pensionistico sarebbe una follia, perché sconvolgerebbe la vita della popolazione), a quanti hanno proposto un taglio delle tasse, definito impossibile, se non si vuole causare un aumento incontrollato del debito pubblico. Donald Trump ha cercato di mettere in campo ancora una volta la propria personalità, puntando soprattutto sulle sue battute velenose, ma le occasioni, per lui, sono state meno del solito e l’impressione è che il personaggio abbia iniziato a stancare per primi gli elettori. Carly Fiorina si è soprattutto difesa, quasi mai passando al contrattacco, al contrario di quanto avvenuto nel dibattito precedente. Bene Ted Cruz, che ha dimostrato la grinta che ad altri è mancata, anche se l’attacco frontale ai conduttori del dibattito (“nessuno spettatore a casa pensa che i moderatori voteranno alla primarie dei repubblicani”) è stato davvero privo di stile. Meglio è andato Marco Rubio, che ha risposto ad ogni attacco e descritto in modo convincente le sue proposte in materia fiscale, con l’eliminazione della tassazione sulle rendite finanziarie e i dividendi.

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Resta un vero “mistero”, come lo ha definito anche l’Atlantic, Jeb Bush, che è rimasto spesso ai margini del dibattito, dando l’impressione che la situazione, tutto sommato, gli stesse bene.

Potrebbe però aver agito di proposito, perché la situazione nel gruppo dei candidati repubblicani è ancora molto caotica e scontrarsi in contemporanea con tutti gli avversari può rivelarsi dispendioso, rischioso e controproducente.

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All’inizio della campagna, Bush era dato per favorito, poi è emerso con prepotenza Donald Trump, fino al penultimo dibattito tv, che aveva messo in luce soprattutto Carly Fiorina, ma i sondaggi attuali dicono che i consensi maggiori sono per Ben Carson, ieri sera schiacciato da Marco Rubio e Ted Cruz. In tutti questi stravolgimenti, il consenso di Bush è sempre rimasto invariato, fra l’8 e il 9%, nonostante una campagna elettorale molto contenuta. La sua tattica potrebbe quindi essere quella di aspettare che, dalla mischia, esca l’unico vero avversario, così da poterlo affrontare, conoscendolo, nel migliore dei modi.

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