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Caso Diaz, la tortura in Italia è reato

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Caso Diaz, la tortura in Italia è reato

La tortura sarà reato a tutti gli effetti, la condanna della Diaz sollecita il Parlamento italiano
Ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo, a quattordici anni dalla notte passata alle cronache come la «macelleria messicana», ha fatto sapere che la vicenda della scuola Diaz-Pertini «deve essere qualificata come tortura». La sentenza deriva dal ricorso di Arnaldo Cestaro, fra gli 87 no global picchiati dalle forze dell’ordine il 21 luglio 2001, durante una «perquisizione ad iniziativa autonoma» in cui la polizia cercava armi e black bloc schierati contro il G8. Cestaro si è detto soddisfatto, sebbene la condanna da parte di Strasburgo si deve confrontare con il singolare vuoto normativo che di cui l’ordinamento italiano ancora soffre. Una carenza che si protrae dal 1988, quando venne ratificata la “Convenzione delle Nazioni Unite” contro la tortura del 1984.
I vari disegni di legge che si sono succeduti non hanno prodotto una legge definitiva perché nel nostro paese il reato di tortura è stato sempre incorporato in altre fattispecie penali, fra cui omicidio, lesioni, violenza privata, percosse.

Dopo le accuse rivolte all’Italia da Strasburgo, sono arrivate le reazioni di diversi esponenti politici. Fa discutere l’affermazione di Gianfranco Fini, all’epoca vice presidente del Consiglio e nella città di Genova, dove “qualcuno perse la testa”. Ammette che “alla Diaz, ci furono atti di violenza inaudita”, ma sebbene riconosca che le responsabilità della polizia accertate avrebbero dovuto essere punite, essendo ad oggi cadute in prescrizione, lascia intendere che le responsabilità più gravi furono politiche perché “la politica non diede ordini”. Smentisce inoltre ogni sospetto di ordini segreti da parte della politica. Si dice infine favorevole al varo della norma sulla tortura (proprio in questi giorni in discussione alla Camera), a patto che non offra “pretesti per criminalizzare, in maniera generica, l’attività delle forze dell’ordine”, che difende a spada tratta.
Il nodo centrale del disegno di legge è infatti la lettura duplice che viene data alla definizione di tortura: la sinistra ha sempre interpretato il reato di tortura in modo tale da addebitalo solo alle forze dell’ordine, tesi che ricalca la Convenzione del ’84, mentre la destra avvalora quanto espresso nel ’98 dallo Statuto della Corte penale internazionale, secondo il quale la tortura è contestabile a chiunque si trovi in una posizione sovraordinata rispetto alla vittima.

Il disegno di legge attuale sembra orientarsi verso un buon compromesso fra le due interpretazioni, grazie all’introduzione di forti peni aggravanti qualora i colpevoli torturino nelle veci di rappresentanti dello Stato.

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